“As mankind hurled itself forever downwards into the bottomless pit of eternal chaos, the remnants of civilsation screamed out for salvation – Redemption roared across the burning sky…The Painkiller!”

In questi giorni “Painkiller“, forse il disco più famoso e celebrato dei Judas Priest, ha compiuto trent’anni, quale occasione migliore per parlare di un album che ha definito il metal e che ne è indubbiamente l’incarnazione fatta a musica?

È vero, prima e dopo l’uscita di “Painkiller” sono stati pubblicati molti album importanti per il nostro amato genere, “Black Sabbath“, “Master Of Puppets“, “The Number Of The Beast“, “Reign In Blood“, “Slipknot“, “Left Hand Path” e chi più ne ha ne metta. Tuttavia, se penso a quale possa essere il disco che incarna il metal alla perfezione e a quale possa essere l’album che farei ascoltare a qualcuno che non sa cosa sia il metal, la risposta è sempre la stessa: “Painkiller”.
Bastano infatti i primi secondi dell’opener, la titletrack, con il drumming del nuovo entrato Scott Travis, seguito a ruota dalle chitarre della coppia Tipton-Downing per essere travolti da una colata di puro metallo incandescente. Sebbene l’album parta con un pezzo da novanta come la stessa “Painkiller“, ciò che segue non è da meno, “Hell Patrol” e “Leather Rebel” si agganciano ai lavori precedenti dei Judas Priest mentre brani come “All Guns Blazing” e “Metal Meltdown” vanno a ridefinire ciò che era stato inventato dai Sabbath anni prima per portarlo a un nuovo livello. Ciò che non può passare inosservato è la passione e la dedizione verso un intero genere che si percepisce ascoltando questo album. “Painkiller” è un disco inattaccabile dove tutto è al suo posto, persino l’intermezzo “Battle Hymn” puzza di zolfo e anche una semi-ballad come “A Touch Of Evil” riesce a prendere a pugni in faccia l’ascoltatore. I Judas Priest con questo album sono riusciti a raggiungere la perfezione e a dare un volto a un genere che è stato e verrà bistrattato e marginalizzato in tutti i modi possibili. Ascoltando il disco è impossibile non rimanere basiti di fronte all’energia e al dinamismo che vengono sprigionati nota dopo nota, è difficile non chiudere gli occhi e ritrovarsi catapultati nel mondo distrutto rappresentato nell’artwork dell’album. Doveroso è anche fare un plauso al Metal God, Rob Halford, che confezione la sua migliore prestazione vocale di sempre con questo lavoro, basti pensare alla titletrack o ad “All Guns Blazing“.

“Painkiller” è un album che risulta attuale anche dopo trent’anni e che continua a sprigionare la stessa energia ascolto dopo ascolto senza stancare, è un lavoro che celebra alla perfezione il metal in tutto e per tutto, dai testi impregnati di esplosioni, laser, salvatori in metallo, fino ai riff che non erano mai stati così aggressivi, passando per il lavoro dietro le pelli che dona una marcia in più al metal del decennio precedente e che tutt’ora è preso come punto di riferimento da molti musicisti. “Painkiller” è il canto del cigno dei Judas Priest in quanto segna l’uscita dal gruppo di Rob Halford e l’inizio di un periodo di alti e bassi che accompagnerà la band britannica fino all’ultimo “Firepower“, che potrebbe essere il diretto successore proprio di “Painkiller”.
Trasportare in parole i sentimenti e le emozioni che si provano ascoltando questo disco, il senso di perfezione e la potenza sprigionata è difficilissimo, un album del genere può solamente essere ascoltato dall’inizio alla fine tutto d’un fiato e una volta finito non può non restare un senso di gratitudine verso la band britannica per essersi caricata sulle spalle un intero genere musicale e per averlo ridefinito senza distruggerlo.

“Painkiller” è un disco che ogni metallaro che si rispetti deve avere nella sua collezione, è un lavoro che ogni fan del genere dovrebbe ascoltare a prescindere che gli piacciano o meno i Judas Priest.

In questi giorni che l’album ha compiuto trent’anni non resta che porgli omaggio e ascoltarlo ad alto volume per onorare non solo una delle band più importanti del metal, ma un genere intero.