30 anni fa usciva un album in grado di cambiare per sempre la concezione di “progressive”. Un lavoro privo di suite da 20 minuti, privo di tecnicismi fini a loro stessi e privo di compromessi con la pesantezza e l’aggressività del metal, una pietra miliare destinata a rimanere ricordata in eterno: “A Social Grace“, lo storico debutto degli Psychotic Waltz.

Invidio, personalmente, chi all’epoca comprava il disco ispirato dal bellissimo artwork di Mike Clift (R.I.P.), perché dev’essere stato pazzesco scoprire questa musica contorta, violenta, complessa, malsana e psicotica all’inizio degli anni ’90, quando ancora il progressive metal non era sviluppato come lo è oggi. Non voglio rovinarvi la sorpresa che rappresenta l’intraprendere questo viaggio onirico all’interno dell’universo degli Psychotic Waltz, non mi permetto infatti di rovinarvi l’emozione di immergersi per la prima volta nella loro musica descrivendovi ogni canzone. Celebrarne la memoria secondo me significa invitarvi a scoprirlo da voi, perché in questo caso non necessitate di un “Virgilio” che vi accompagni e vi guidi tra i gironi infernali perché questo album è riconducibile alle opere di Maurits Cornelis Escher in cui bisogna perdersi ad osservare delle architetture impossibili che si contorcono continuamente su loro stesse in modo consapevole e incredibilmente affascinante.
Gli Psychotic Waltz qui hanno saputo fare tutto, ogni brano ha una sua personalità, un qualcosa che lo contraddistingue, che siano le linee vocali di un Devon Graves (AKA Buddy Lackey) in forma smagliante, che siano i riff, gli assoli e gli arpeggi acustici di Brian McAlpin e Dan Rock (che si occupa anche delle parti di pianoforte presenti nel brano “A Psychotic Waltz“) o forse, a colpirvi, sarà la sezione ritmica composta da Ward Evans al basso e Norman Leggio alla batteria e percussioni?  Difficile a dirsi, perché ogni musicista è in forma smagliante e nessuno toglie spazio agli altri, tutti sono, a loro modo, protagonisti riuscendosi a ritagliare i giusti spazi. Devo però avvertirvi: la musica qui contenuta non sempre è orecchiabile, vi farà uscire dalla vostra comfort zone più volte ma saprà soggiogarvi col tempo e tornerete ad ascoltarla perché questo valzer psicotico è ipnotizzante, affascinante ed oscuro e saprà ripagarvi della vostra attenzione.
Un album che, insomma, ha cambiato la concezione di cosa fosse il progressive, evitando sfoggi di tecnica fine a stessa, suite infinite e compromessi: loro erano, e sono tutt’ora, un gruppo metal. Aspettatevi riffoni doom, accelerazioni a metà tra heavy e thrash, linee vocali epiche, drammatiche e straziate, assoli malati e tecnici, il tutto coesiste e si incastra alla perfezione, quasi fosse una spirale che gira vorticosamente trascinandoci con se.

Dopo questo gigantesco debutto gli Psychotic Waltz hanno rilasciato altri album di qualità, tutti diversi tra loro (ma comunque sempre affascinanti e a loro modo unici), in quanto consapevoli che ripetere quanto fatto qui sarebbe stato inutile, forse impossibile, perché hanno saputo creare un album talmente unico che nessun altro potrà riprodurre i paesaggi folli contenuti nei circa 65 minuti (51 nella prima versione in vinile, in cui mancavano i brani “Succesor“, “Only in a Dream” e “Spiral Tower“) che compongono questo lavoro. Mi viene quasi impossibile dirvi quali siano i brani migliori di questo lavoro, considerando il livello generale delle composizioni, potrei citarvi “Halo Of Thorns“, “Another Prophet Song“, “I Remember“, “A Psychotic Waltz” o “Spiral Tower“, ma onestamente tutti i brani sono ottimi e molto è dettato dalla soggettività. Vi assicuro che riscoprirlo oggi sarà una sorpresa non da poco, non uscirete impassibili dopo l’ascolto ma anzi avrete aggiunto tanto al vostro bagaglio culturale aggiungendovi un pezzo di storia della musica.
Per chi già è familiare con la pazzia insita in questo lavoro beh, riascoltatelo in memoria di questo grande gruppo (che, oltretutto, è tornato proprio quest’anno, dopo 24 anni di nulla, con l’ottimo “The God-Shaped Void“, recensione qui).

Sometimes i wonder what will ever become of me
And if life’s worth it’s living at all
Sometimes i smile at the ones who think they’ve got life down
And they say that i’m living it wrong