Intervistare il leader/bassista dei cuneesi Bad Bones per me è un’esperienza surreale: sarà che li ho seguiti per svariati tour ed anni, o perché li ho visti suonare molte volte, o semplicemente li conosco e li venero da fan che sono… comunque sia, i Bad Bones non sono solo una rock band, sono un’esperienza. Una band che ha vissuto e condiviso esperienze molto intense, descritte spesso nei testi dei loro brani, infatti nel corso della loro vita hanno saputo creare, distruggere e resuscitare la creatura che oggi sono, facendo esperienze di ogni genere, una storia travagliata, che ha cambiato radicalmente la vita di questi tre rockers.
Are you ready for the Boogie?

Ciao Steve! È la prima intervista che fai con questa testata, quindi benvenuto su Metalpit! Come stai? So che sei uscito da un brutto periodo, a proposito di Covid… il resto della band come sta

Ciao a tutti! Io bene dai, sono tranquillo ora, mi sono sparato anche un po’ di covid, giusto per non farmi mancare niente! (ride) Però dai tutto  a posto, avevo un po’ di febbre, mi sono ripreso in poco tempo, è stato un po’ come avere una micro influenza. Mio fratello Lele ha contratto anche lui il covid e ora è in isolamento, è incazzato nero perché ha perso il gusto e mi ha detto “non posso neanche più bermi una birra ora, non sento più nessun gusto” mangia le cose e sa tutto di cartone. Almeno non sta malissimo, ora va meglio, invece Meku sta bene! Ma noi sai, non patiamo un cazzo…

I live come vanno? Avete perso molte date?

Ci girano le palle perché quest’anno sarebbe stato un’annata figa, piena di concerti e purtroppo sono saltati tutti, circa 20 date sicure prenotate. Anche perché erano su per giù 7-8 anni che non giravamo così, soprattutto per i posti in cui saremmo andati a suonare, posti grossi, locali in cui non siamo mai stati o in cui non suonavamo da molto, oltre al fatto che eravamo di nuovo io, Lele e Meku. In teoria doveva essere il tour finale… e invece no.

Come pensi si risolva questa situazione e quando, secondo te? Vedi un raggio di luce per il futuro della musica?

Io guarda alterno molto i momenti in cui sono ottimista in cui penso, “ma sì, finito tutto questo caos la gente tornerà a fare rock n’ roll” e momenti in cui sono pessimista riguardo gli spazi perché credo che nel nostro settore avere un periodo così sia brutto, stai fermo tutto il tempo, e non so quando sarà ora di ripartire che cosa succederà. Ci sono locali che con un minimo di ristorazione più o meno ce la fanno, gli altri che fanno solo musica dal vivo, invece, mi chiedo come possano fare. Sai ci sono anche band che hanno investito molti soldi per fare un disco, per fare i video promozionali, merchandise ecc, e ora sono fermi che non suonano. Non tutti ci chiamiamo Kiss o Metallica. Sono andato a vedere un live degli Hell In The Club e loro spaccano, sono sempre fighi, concerto della madonna, hanno pubblicato l’ultimo disco che è davvero una bomba, fatto bene, un bell’hard rock, però il concerto da seduti pareva strano, è tutto molto surreale… posso capire un concerto jazz, new wave, un cantautore… ma un concerto rock o metal… è surreale. E ora loro come fanno a pubblicizzare l’ultimo lavoro e farlo sentire alla gente se non possono suonare? A me dispiace molto anche per quello.

So che avevate un concerto il giorno del mio compleanno al Legend di Milano con i Super Horror, ma è saltato anche quello…

Sì, guarda mi ha chiamato l’organizzatore qualche settimana prima e mi ha detto “guarda qui sta per andare sold out tutto, se vuoi dirlo alle persone che vogliono vedervi digli di prendere il biglietto ora, prima che finiscano”, e poi invece una settimana prima è saltato tutto. Mi è dispiaciuto un sacco, sia per il locale che per la gente che non ha potuto godersi una serata in tranquillità e nostra compagnia, e in più per noi è saltata un’altra data. La situazione è un po’ così…a me piange il cuore.

Tra l’altro ho visto che avete da poco pubblicato il video della vostra storica canzone “Poser”, come mai questa decisione?

Ma sai, siamo tornati ad essere in 3 con Meku e allora mi sono detto “perché non fare un video con gli spezzoni del reunion tour?”. Ho realizzato il video io stesso, con tutti i video del nostro recente repertorio, dalla crew di Bari, ai live fatti in Veneto e Friuli, spezzoni di live e posti dell’America, ecc… è molto bello perché è spartano, grezzo, è Bad Bones. Noi abbiamo provato ad essere più professionali, fare i video fighetti, ma poi non calzano bene su di noi, non ne siamo capaci, dobbiamo fare della roba marcia, cose a basso costo, alla fine tutti sono contenti e ci fanno i complimenti. La canzone è un pezzo simbolo dei Bad Bones, abbiamo scelto quella anche perché pareva brutto che non avesse un video suo. Il video sta girando molto e sta andando bene!
Anche il vinile di “Smalltown Brawlers” che abbiamo lanciato da poco sta andando molto bene, siamo molto contenti di questo, è andato come il pane! La band è super in salute e non vediamo l’ora di ripartire.

Per chi non vi conoscesse ancora, una volta eravate un trio, poi un quartetto visti vari cambi di formazione, infine ora siete tornati ad essere i “veri” Bad Bones, ovvero quelli iniziali. So che perdere Meku per strada è stato un grande dispiacere. Come hai vissuto tutto questo periodo?

Ci sono delle cose nella vita che non ti aspetti, se mi avessero detto “nel 2018 dopo le date in supporto a “High Rollers” tornerete ad essere in tre” non ci avrei creduto. Siamo partiti, fuoco alle polveri, dopo il tour di “Demolition Derby”, che tra l’altro è stato il più lungo che abbiamo fatto, abbiamo suonato da Los Angeles a Mosca, sempre nel nostro piccolo, e sia Sergio che Max hanno dato tanto, ma probabilmente hanno subito il contraccolpo di quel tour infernale. Alla lunga hanno iniziato a dare segni di affaticamento anche per la loro vita privata, avevano molte cose da fare e lo capisco. Il tour di “High Rollers” invece non è praticamente stato fatto. Poi guarda, ad essere sincero non è stato bello vedere Meku abbandonare la nave, ero demoralizzato, sai noi siamo come una gang, da sempre, siamo nati e cresciuti suonando nei pub e facendo quel rock molto anni ’90, quindi suonando cover dei Green Day, Metallica, Anthrax, Vasco ecc… Poi abbiamo formato i Bad Bones e da lì è stato tutta una strada in salita e piena di difficoltà, un’avventura unica. Abbiamo fondato la band nel 2007, mentre nel 2008 abbiamo preso e siamo andati in America, ci siamo esposti a dei rischi che una band normale non farebbe mai, robe folli ad ogni livello, economico, lavorativo e personale, con rapporti che si sono chiusi… eravamo là e non volevamo neanche tornare in Italia, volevamo rimanere là per tutta la vita.
A Meku ad un certo punto non gli andava più di fare tutto questo, e lo capisco, abbiamo deciso di prendere un cantante perché Meku non ce la faceva più a cantare, così prendendo Max lui si poteva concentrare di più sulla chitarra. Finchè ad un certo punto Meku ha abbandonato… ce ne stavamo accorgendo pian piano di tutto questo, io sono stato male per il fatto che nella band non c’era più lui, avevamo perso un compagno di avventura, una persona con cui componevo la musica. Con l’arrivo di Max e Sergio la band è leggermente cambiata, loro appartengono a generi abbastanza differenti, Max è più AOR, Sergio è un chitarrista fantastico, ma è più anni ’60-’70.
Dopo il live del Metalitalia dove abbiamo suonato con gli Hardcore Superstar, Phil Campbell And The Bastard Sons e altri ho visto che erano demoralizzati, che avevano la testa altrove, io mi sono impuntato e abbiamo deciso di chiudere con le ultime due date con Meku, a Max andava bene questa cosa mentre a Sergio non andava molto “a genio”… mi è dispiaciuto un sacco, perché prima di tutto siamo amici poi una band. A quel punto Max e Sergio sono usciti dai Bones e ci siamo fermati. A Settembre mi richiama Meku dicendomi “perché non ripartiamo noi tre, come una volta? Facciamo di nuovo tutto alla Bad Bones, di nuovo un tour alla vecchia maniera”, ci abbiamo pensato con Lele e abbiamo deciso di tornare a suonare in tre. È stato di nuovo tutto bello, provare tutti e tre insieme, suonare in studio le canzoni che non suonavamo da tanto tempo, sai erano anni che non suonavamo certi pezzi… e ammetto che dal vivo ero commosso e la cosa mi ha emotivamente toccato, il fatto di risuonare certe canzoni dei primi due dischi, con Meku e Lele è stato davvero esaltante. È stato un viaggio con la macchina del tempo, ogni data sempre più gente, sempre più persone, è stato bellissimo, non tornavamo in certi posti da almeno 6-7 anni, ci aspettavano con lo striscione ed i fumogeni, siamo davvero felici di essere tornati noi tre a far parte di questa gang.

In pochi sanno di quella data con Sergio Aschieris dove ha imparato a suonare le canzoni sul van in viaggio da Torino a Brescia, e poi arrivati là è stato uno show tutto d’un pezzo e pieno di feeling. Raccontami com’è stato suonare con un nuovo membro di colpo senza provare e quali sono le differenze tra Meku e Sergio.

Dunque me la ricordo bene quella data, è stato tutto strano, ma è stato fottutamente Bad Bones! (ride)
Sai, Meku arriva da un scuola più heavy metal, più su un certo sound grezzo, lui ha quella ritmica devastante, ha il suono dei Bad Bones, mentre Sergio è un chitarrista che arriva dalla scuola degli anni ’60, è un musicista estremamente versatile, gli piace moltissimo improvvisare, ha un suono molto caldo e molto bello e tradizionale, più blues, molto old school, ma Meku secondo me ha delle note soprattutto negli assoli che Sergio non aveva, non so bene perché, forse è bravura, forse è l’istinto del musicista. Dovessi dirti che Sergio è stato il chitarrista che abbiamo scelto dopo un’attenta indagine e ricerca, il più adatto a suonare con noi, beh ti dico subito che non è stato così! (ride) È stato il primo che ha preso ed è saltato su ed è venuto con noi a suonare. (ride) Le robe più folli che possono capitare ad una band, a noi sono capitate.
Sergio è un ragazzo d’oro, una bravissima persona, abbiamo passato momenti indimenticabili. Però ammetto anche che Max e Sergio erano abbastanza diversi da noi, eravamo un’altra band.

Spesso, sopratutto all’inizio, eravate circondati da problematiche di vario genere, come affronti i momenti difficili della vita con i Bad Bones?

Eh… non era facile, poi i Bad Bones hanno una qualità fantastica che è quella di essere bravi a cacciarsi nella merda. (ride) Lo sai, ci conosci, se c’è una strada di merda, che porta verso il basso, noi ci tuffiamo a testa bassa.
Noi siamo sempre stati una band underground, perché a noi piaceva alla fine. Infatti abbiamo fatto quel che abbiamo fatto perché siamo noi. Abbiamo fatto un sacco di cose per un’ideologia, abbiamo mosso tutto per un discorso estetico, siamo andati in U.S.A. perché le rock band vere farebbero così, viviamo per strada, faremo la fame, perché le vere rock band fanno così. Chiaro che poi a conti fatti è davvero dura, è stato difficile, abbiamo dormito dentro un garage per giorni interi, mangiavamo poco e neanche tutti i giorni, non facevamo neanche una doccia, non avevamo soldi, facevamo fatica a trovare le date, è stata dura, quei pochi soldi che avevamo li avevamo investiti in un furgone mezzo scassato, che poi è anche esploso, ma alla fine non abbiamo mai mollato.
Ci è capitato di tutto, vivevamo in quartieri dove i messicani si sparavano fra di loro tutti i giorni, cioè eravamo nel far west. Finché abbiamo trovato Roy, che ci ha fatto da manager, ci ha ospitato a casa sua, ci aiutava, senza di lui non so che fine avremmo fatto. Diciamo che anche nei momenti difficili ci aiutavamo a vicenda, finché ci siamo ritrovati al “Whiskey a GoGo”, all’“Hollywood Rock Convention” e all’“Universal Studio” ed è stato pazzesco, ci siamo trovati a vivere cose assurde, una volta abbiamo anche incontrato Slash (Guns n’ Roses) nel backstage. Era una cosa che sentivamo di dover fare, sono cose che ti fanno capire come in America tutto può succedere.

Il vostro disco “Snakes And Bones” è molto importante per me, personalmente parlando. Ricordo che all’epoca, quando vi conobbi, già l’artwork mi fulminò quando lo vidi per la prima volta, lo adorai sin dal primo ascolto, brani come “Bugs Lane”, “Don’t Stop Me” e “Jumping White Devil” sono indelebili per me. Quali ricordi particolari hai riguardo questo disco e il tour che ne conseguì con la band?

Bene! Sono contento! (ride) “Snakes And Bones” è stato un disco molto figo, perché innanzitutto c’era la novità di Max, poter lavorare con una nuova persona, nuove tonalità, è stato un disco davvero fantastico, a livello di produzione è il disco più clamoroso della nostra discografia. Meku alla chitarra e Max alla voce hanno fatto si che il disco suonasse duro nei punti giusti, più blues in altri e melodico in alcuni ritornelli. Quello è stato un tour davvero bello, ma allo stesso tempo strano, ho dei ricordi fantastici a riguardo, sono molto legato a quel disco e anche ad un paio di concerti fatti a Roma in cui era andato tutto benissimo, avevamo suonato tutto il disco dall’inizio alla fine, saltando giusto “Indian Medicine Man”. È un disco un po’ “dolce & amaro” segna la fase del passaggio dei Bad Bones, però è sicuramente uno dei dischi che ascolto più di tutti dei nostri.

Guardando indietro, cosa ti viene da pensare? Cosa erano i Bad Bones e cosa sono oggi i Bad Bones?

È un’avventura strana, articolata da mille cose, paure, rischi, belle e brutte serate, tanto rock n’ roll e tanta voglia di suonare, perché comunque noi siamo una band che è nata mettendo assieme tre semplici elementi, che suonavano in piccoli pub e da lì abbiamo fatto sempre un pezzo in più di strada. Sicuramente tutto questo è un percorso, cioè ora che lo vedo da “più lontano” capisco molte cose, ha tutto più un senso, è la vita che con i suoi “andare e venire” ti porta a chiudere un cerchio, in una maniera più coerente.
Io da fan dei Bad Bones sarei rimasto stranito se avessero chiuso i battenti in quattro, come mi disse Meku al suo ritorno: “sarebbe mancato un pezzo”.

Sappiamo che la band e l’America sono un po’ un’equazione: da quando vivevate in uno scantinato di Wilmington tra le gang di messicani, alla recente registrazione del video del singolo “American Days“, al ghetto di Los Angeles, alle varie avventure e live tra cui uno al “Whiskey a GoGo”. Partendo dal secondo disco all’ultimo, quanto ha inciso tutto questo nella stesura e scrittura dei vostri brani?

Allora l’America entra in gioco con “A Family Affair” perché parte di quelle canzoni sono state scritte in quello scantinato. Il disco è composto da 2-3 pezzi del periodo subito dopo la pubblicazione del primo disco, e poi ci sono una serie di canzoni che sono state scritte praticamente in America e sono state suonate là, pezzi come “Road To Rock n’ Roll” “Street Dogs” e “128 Oxnar Avenue”, che era l’indirizzo di casa di Roy, dove abitavamo noi e il brano è inquietante come quella casa. (ride)
Poi l’America ritorna spesso nel nostro sound e nelle tematiche, c’era “Indian Medicine Man” che parla dello sciamano James Mooney che faceva parte di una tribù alla quale poi Roy si è aggregato, e lì è nato tutto. Infatti quella canzone è abbastanza sconosciuta, l’abbiamo suonata solo in America dopo che appunto Roy ha narrato questa storia, in Italia non avrebbe senso farla, non ha significato, anche perché è un pezzo fatto in studio, con tante chitarre e molto ambient, poco alla Bad Bones.
Riguardo “Demolition Derby”, ha delle tematiche diverse, ma l’America rientra comunque. Invece su “High Rollers” parliamo dei giocatori d’azzardo, che giocano forte e puntano tutto giocando a The Craps. Ci portiamo dietro sempre qualcosa dalla California (ride).

Parliamo del vostro ultimo disco: In “High Rollers” i testi riguardano appunto chi scommette tanto al gioco dei dadi, come mai avete scelto questa tematica? Sai giocare a The Craps?

Un high roller è uno che gioca tutto e non gliene frega niente di perdere. Nel gioco “The Craps” c’è il tavolo con i dadi, è diviso in sezioni, dove in alcune parti vinci quasi sempre, in altre, chiamate “Hard Way” c’è lo “Snake Eyes” che è difficilissimo che esca ma paga 30 volte, e quindi l’high roller è il tizio che gioca tutto, rischia di perdere tutto e molte volte perde, ma vuole vedere lo “Snake Eye” a tutti i costi. Abbiamo tirato anche noi i nostri dadi e abbiamo perso. Ora siamo ripartiti.

Il prossimo disco di cosa parlerà? Avete già qualcosa in cantiere o qualche idea particolare?

Il fatto che ci abbiano chiamato in alcuni posti per suonare appena abbiamo caricato la foto di noi tre è stata una cosa inaspettata, ma bella, che ci ha caricato una cifra, e a quel punto abbiamo pensato “facciamo un cazzo di disco nuovo”.
Alcuni brani li abbiamo già suonati dal vivo e sono piaciuti un sacco al pubblico, il che è molto buono, diciamo che è tutto abbastanza nell’ordine dei Bad Bones, siamo un po’ alla Ac/Dc, Motorhead, Thin Lizzy, ecc… non ci sposteremo molto da quel sound lì, sarà sempre la solita roba alla Bad Bones, marcia e cattiva, sarà un filino più tirato come disco,  questa volta ci saranno delle novità inaspettate.

Raccontami di un’avventura con i Bad Bones, un fatto strano, o una vicenda che ti piace raccontare.

Ti dico anche questa, dato che ti piace molto “Snakes And Bones”, è una storia pazzesca, la sanno in pochissimi: Meku ha iniziato ad andare in crisi durante le registrazioni, infatti l’album per metà è scritto con lui e per metà no. Quando dovevamo entrare in studio all’epoca lui non si faceva più sentire o trovare.. io dovevo registrare e non lo trovavo, preso dalla disperazione ho contattato Danilo Bar (Ex-White Skull), lo chiamai una mattina, dicendogli che gli avrei spiegato le caratteristiche disco, e che se gli andava avremmo suonato la ballad assieme, lui da amico accettò. Ci siamo messi lì, abbiamo scritto il pezzo ed inciso la demo, ma purtroppo l’abbiamo poi persa. C’è una versione di “Snakes And Bones” suonata da Meku e una da Danilo.
Alla fine di quella nottata, era estate ed avevamo fatto l’alba, eravamo stanchissimi, presi Danilo e gli dissi “Man, prendi la chitarra, ora facciamo la ballad”.
Follow The Rain” è di una tristezza assurda, perché io sentivo che Meku non aveva più voglia. Con il verso “So alone let me feel the heat of the fire, heat of the fire…” volevo dirgli  tramite una canzone che mi sentivo solo, fammi sentire che dentro hai ancora quel fuoco di sempre. Io mi sentivo solo, tutte le canzoni le scrivevo con lui. Se tu cerchi nei crediti, c’è il suo nome. Tutti i lavori dei Bones sono storie di vita, molti pensano che “Follow The Rain” sia una canzone d’amore, sai, due persone si lasciano… e invece non è così.

Dimmi uno o più dischi o band che hai ascoltato di recente e che ti sono piaciuti un sacco.

Dunque fammi pensare… ne avrei un sacco, ma ora come ora ti direi subito “Ritual de lo habitual” dei Jane’s Addiction, “Impurity” dei New Model Army e poi sul rock più incazzato consiglio gli The Almighty con “Powertrippin’”. Invece su roba più moderna direi i Black Star Rider, hanno fatto i primi tre dischi che sono una bomba pazzesca, e poi i The Dead Daisies, anche se li preferisco con Corabi invece che con Glenn Hughes, di quest’ultimo mi è piaciuto tantissimo il suo progetto nominato California Breed.

Questa era l’ultima domanda, concludi l’intervista come meglio preferisci.

Grazie a Metalpit per lo spazio concesso, non vediamo l’ora di ripartire on the road e vedervi tutti ai nostri concerti! State tranquilli che nel 2021 suoneremo di nuovo dal vivo, appena si potrà si farà, questa è una cosa sicura.