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Un mese prima dell’uscita del nuovo album degli olandesi Carach Angren, “Franckensteina Strataemontanus”, abbiamo avuto l’occasione di intervistare il frontman della band, Seregor. Si è rivelato molto loquace e appassionato: abbiamo parlato della traiettoria della band, dei suoi obiettivi e della storia dietro al concept del nuovo album. Buona lettura!

Ciao Seregor! Benvenuto su MetalPit, siamo molto entusiasti di averti qui con noi. Innanzitutto, complimenti per il vostro nuovo album, “Franckensteina Strataemontanus”, che uscirà il 26 giugno via Season of Mist.
Grazie! Sì, uscirà il 26 giugno, se il corona smette di romperci le balle.

Ogni vostra nuova release ha qualcosa di unico che la differenzia dalle precedenti. Oltre ai tipici riff, ritmi e suoni orchestrali, ho notato che nel lavoro sono presenti svariati elementi “industrial”, oltre a dei passaggi vocali puliti. Musicalmente, è un tentativo di esplorare nuovi territori e di raggiungere nuovi obiettivi?

Sì, la impronta industrial è molto evidente. Non possiamo avere idea di come l’album verrà se i primi pezzi del puzzle non sono ancora stati uniti, l’unica cosa su cui potevamo contare era un concept: l’originale Dr. Frankenstein (Johan Conrad Dippel). Il tutto è iniziato da un sogno che lo stesso Ardek ha avuto! I Carach erano d’accordo e quindi abbiamo dato il via al processo di scrittura. Crediamo che la musica si formi e si colori in base ai pensieri che gli dedichi. Ardek aveva fatto dell’eccellente lavoro industrial nel suo ultimo progetto da solista e aveva del materiale in eccesso. Me l’ha mandato e ha detto “ehi amico, è piuttosto figo e non l’abbiamo mai usato prima quindi forse questa può essere la volta buona?” Avevo già iniziato a urlare nella mia testa “Cazzo, no! Non voglio questa robaccia dei suoni di fabbrica nei Carach!” (ride)
Ma si lavora sempre con rispetto e quindi mi sono seduto e gli ho dato un paio di ascolti. Da un anno a questa parte stavo fissando la pagina wikipedia di Dippel e tutto a un tratto BAM! Era proprio lì: l’addendum di Dr. Dippel, “Franckensteina-Strataemontanus”. Quel “pezzo di puzzle” era diventato il ritornello di quella traccia. Fu un’idea molto semplice ma determinante. Gliel’ho rimandata e questa volta era Ardek ad avere dei dubbi. (ride)
E niente, dopo qualche ora aveva aggiustato qualcosina e aveva il groove e lo stesso sorriso che avevo io.
È così che lavoriamo. Sono le nostre autentiche sensazioni a decidere se l’etichetta dei Carach Angren debba essere unificata da altre influenze musicali. È divertente come un minuto prima avevo scartato l’idea e quello dopo ne ero già innamorato. Il romanzo Frankenstein fu pubblicato nel 1818 quindi era proprio nel pieno periodo della rivoluzione “industriale”. Questo va di pari passo con il laboratorio del dottore. Proprio come nelle parti vocali pulite, ci vengono delle idee e solo il nostro “feeling” ci può dire se funzioneranno o meno, ascoltando il lavoro in pre-produzione. Insomma, erano ore, settimane e mesi che lavoravamo in questo modo: se c’era qualche concetto che “sovrastava” un altro, allora era la bussola che ci indicava il giusto territorio da esplorare.

In ogni caso, non avete mai smesso di raccontare storie, e forse è ciò che molti fan adorano di voi. Stavolta il concept è basato su un capolavoro della letteratura, “Frankenstein” di Shelley, e lo avete elevato verso nuove vette creando una serie di storie parallele che si riuniscono sotto un unico tetto. Tutte le tracce sembrano “cucite” tra di loro, e grazie al modo affascinante con il quale presentate i testi, quest’album rappresenta appieno la vostra essenza. Pensate anche in futuro di soffermarvi sul dualismo “narrazione-musica“ in chiave horror?

Grazie, ci è sempre piaciuto Frankenstein da ragazzini ma non abbiamo mai scelto intenzionalmente tali capolavori letterari prima d’ora. All’inizio ci siamo mostrati come una band che si soffermava perlopiù su concetti paranormali, principalmente incentrati su l’orrore e la morte collegati a fantasmi o infestazioni. Adesso, come potete notare, trattiamo dell’orrore in molteplici forme, perché cercare di dover necessariamente collegare ogni nostro nuovo concetto al tema “fantasmi” non avrebbe dato i giusti frutti. Quindi abbiamo deciso di smettere di aderire all’etichetta “spettrale” che noi stessi ci eravamo dati. Dopo tutto, in molti casi, l’uomo si rivela essere un mostro ancor peggiore, fatto di malvagità o paura.
Come ho detto prima, c’è un intero processo alle spalle. Ricordo ancora di quando Ardek mi chiamò un giorno, dicendomi di aver avuto un incubo raccapricciante: era in una casa, sentiva dei suoni tetri che lo conducevano al disegno di un volto malefico. Poi si svegliò, corse allo strumento e tentò di riprodurre quello che aveva sentito e si mise a disegnare quel volto. Tra i due lui è quello più razionale, quindi se inizia a blaterare di fantasmi e goblin, allora è meglio che stia ad ascoltare! Penso che siano state solo 3, compresa questa, le volte in cui ha tentato di spiegarmi un evento che aveva dell’inesplicabile. A meno che il tuo amico non sia un pazzo furioso che gira ad accoltellare la gente in mutande, è meglio che lo si ascolti. (ride)
Nel frattempo avevamo deciso di avventurarci nel tema Frankenstein perché entrambi siamo cresciuti insieme ad esso, specialmente se si trattava della Famiglia Addams in bianco e nero. Insomma, non la solita musica demoniaca super-concentrata che di solito prediligo, ma una più intelligente e adatta a noi artisti, sia che si crei un “mostro” o un album. Io sono il tipo che si focalizza sugli effetti visuali mentre Ardek si è messo a fare un sacco di ricerche sul “Prometeo Moderno”. Il suo sogno cadde a pennello, perché fino a quel momento non mi era venuta nessuna idea concreta. Abbiamo iniziato a macinare cavalcando l’onda dell’entusiasmo. Tra l’altro, il vero Dr. Frankenstein, quello di Dippel, risale al 1673; sarà sicuramente stato l’ispirazione per il romanzo di Shelley. A partire da allora abbiamo iniziato a costruire gradualmente la nostra versione, per distinguerla dal libro e dai film. Infatti, nel nostro lavoro, tutti gli esperimenti del dottore falliscono e viene evocato Dio. Nemmeno la tecnologia di oggi riuscirebbe a far rivivere un cadavere dal nulla, dunque, per avere successo, Dippel è dovuto ricorrere alla magia nera. Voleva creare la vita, ma senza la morte, attraverso un elisir per il quale è sceso a patti con il Diavolo in persona.
Ecco, è così che la nostra storia è venuta su, proprio come i libri, film, sogni e tragedie della vita reale. Chissà dove ci porterà la nostra bussola, ma sono sicuro che i Carach Angren non funzionerebbero senza la musica impattante che crea instintivamente paura. La paura, a sua volta, crea storie di fantasmi, quindi possiamo anche cambiarci di abito ma la sostanza rimane sempre quella: musica metal e testi spaventosi.

Come si collega la storia del “Prometeo Moderno” al mondo d’oggi? C’è una sorta di morale o idea principale che volete esprimere attraverso questo concept?

L’orrore è ciò che siamo, quindi non abbiamo dei veri e propri messaggi da trasmettere. Il nostro horror è una forma di divertimento, quindi se il sottoscritto avesse un messaggio, questo sarebbe “dovrete fare ancora molte morti atroci” (ride). Niente elezioni per il povero Seregor!
È interessante come le idee balenino in mente, facendoti riflettere. In particolare, Ardek mi ha dato molto da pensare quando mi ha chiesto chi fosse realmente “il mostro”. Se può uccidere, allora è un vero mostro, no? Oppure… è il dottore il vero mostro per averlo trascurato? Eh già, gli uomini cattivi emergono proprio quando quelli buoni non fanno niente. A mio avviso, è pura arte, e il rispetto che ho per l’autore della storia di un dottore che fa esperimenti su un cadavere per trovare la vita eterna è smisurato. Questo è forse stato il primo esempio di storia sci-fi o horror che ha tutti gli “ingredienti” che fanno in modo che la gente se ne ricordi ancora oggi: da artista a scienziato, becchino o dottore… ogni governo villano tenta di creare il proprio “mostro”. Le persone hanno sempre cercato di trovare un antidoto alla morte o di essere come il proprio creatore. Un padre si potrebbe rivedere nel Dr. Frankenstein se non si prendesse cura e amasse suo figlio, ovvero la sua creazione, e questo gli si ritorcerà contro.
Quindi, una volta che inizi a paragonare il mondo di oggi a questa storia, ora come allora, Frankenstein è come una sorta di ruota che si reinventa di continuo, ma non c’è verso di riprodurre l’originale. Mi sentirei molto “morto” e famoso se tra 200 anni ci saranno ancora fan dei Carach Angren, perché tutto ciò che abbiamo guadagnato diventerà polvere, proprio come la nostra carne. Il mondo prima ti vede ricco, poi morto, e infine si dimentica di te. L’unico modo per essere immortali è attraverso il proprio duro lavoro finché si è in vita, e sia Dippel che Shelley hanno creato abbastanza per essere ricordati eternamente. Ed eccoci qui a reinventare la ruota 2 secoli dopo.

Le immagini vivide evocate dalla narrazione sono meticolosamente espresse dall’approccio spietato che avete dato a tutto il lavoro. Concettualmente, come differisce (o si assomiglia) il processo creativo che ha portato alla realizzazione di “Franckensteina Strataemontanus” dai precedenti album?

Tecnicamente, l’approccio è lo stesso. C’è un pezzo di puzzle sotto forma di parole che ha bisogno di una struttura musicale, o viceversa. Visto che un tema così conosciuto è già imponente di suo, è stato difficile partire da zero questa volta. Ma quando abbiamo saputo chi fosse Dippel, è iniziato a piacerci e abbiamo riempito i vuoti con le nostre stesse idee. Che tu sia uno scienziato, dottore o artista, si tratta sempre di sacrificare se stessi per tutta la vita per ciò in cui si crede. Certi album sono più difficili di altri. Cerchiamo sempre di esprimere qualità: talvolta sembra che ci stiamo riuscendo, altre volte, invece, abbiamo come la sensazione che manchi qualcosa. Personalmente, sono molto soddisfatto di come sia venuto quest’album e di come lo abbiamo concepito. È come in una relazione, certe volte le cose funzionano, in altre manca la scintilla. Certo è che, una volta che firmi la tua tela, ne hai accettato l’esito. Solo allora posso ascoltare il disco e realizzare quanto grandioso è, senza quell’incessante sensazione che qualcosa poteva essere fatto meglio.

Attraverso gli anni, si può ammettere che siate diventati un gruppo “differente” da quello degli inizi, su svariati livelli. Quest’album pare avervi portato ad un sound ancora più impattante e macabro. L’ispirazione del gruppo al black metal è piuttosto lampante, ma vi considerate ancora tali?

Certo! Nel nostro percorso abbiamo abbracciato una serie di diversi cambiamenti perché abbiamo sempre cercato di essere autentici. Se avessimo fatto il contrario per volontà altrui, avremmo fatto un altro “Lammendam” e dopo il terzo album così, ci avremmo praticamente rinunciato perché non ci avrebbe soddisfatto abbastanza come artisti. I Carach Angren non hanno “inventato” nessuna etichetta del metal, e di solito si è riconoscenti ai gruppi che invece lo hanno fatto. Tutto è mosso dalla passione e dal momento in cui, da giovani, ci si accorge che il proprio sogno sta diventando realtà. La musica non mi diceva nulla finché non ho scoperto il metal estremo. Quel noioso strumento è diventato una cazzuta spigolosa chitarra metal e da “outsider” adolescente ho preso direttamente la porta di entrata al mondo del death metal. Mi sentivo a casa quando ascoltavo i Cannibal Corpse o i Deicide: erano leggendari! Mentre i Cannibal scrivevano testi con creatività, professionisti come Dahmer o Bundy non riuscivano neanche a mantenere una penna, e Glen Benton dichiarava guerra al cristianesimo attraverso il satanismo. Comportamento ribelle o meno, mi sentivo a casa. Sapevo del black metal ma era troppo pantomimico per i miei gusti. Non mi piacevano i suoni acuti rispetto a quelli gravi del death metal, quindi ero certo che il black non era proprio la mia tazza di sangue… Non riuscivo a capirlo come il death e mi ci sono voluti un paio di anni per entrare nella scena. Verso la fine degli anni novanta, i nuovi gruppi black metal che usavano i sintetizzatori (Emperor, Cradle of Filth, Limbonic Art, Dimmu Borgir ecc.) mi convinsero appieno, perché capii che questa scena aveva ancora più possibilità del death. Non c’è nessun genere musicale che può essere lontanamente comparato al black metal: o lo si ama, o lo si odia. È speciale per la sua profondità spirituale e per il suo infinito valore teatrale. Questa scena diabolica in qualche modo andava a braccetto con la musica classica, permettendo di esprimere non solo il male puro ma anche tutte le emozioni quali rabbia, malinconia, tensione, sollievo… Persino gioia, che sarebbe la luce, che mostra il contrasto assoluto una volta tornata l’oscurità. Siamo grati a questa scena per averci indicato la nostra vera strada. Nel momento in cui abbiamo capito il significato della parola “true” in Scandinavia, certi ci consideravano grandi musicisti, altri ci prendevano per profanatori della loro religione quando abbiamo osato con i sintetizzatori. Ai tempi degli omicidi del 1994 non ero neanche entrato a fondo nel mondo del black, quindi quando lessi l’intera storia della vicenda capii perché certi scandinavi “duri a morire” aberrassero così tanto i gruppi come il nostro. Tutt’oggi la scena black metal continua a esprimere le sue caratteristiche politiche e artistiche. Le band rimangono band, ma talvolta hanno un potere nel raccontare ciò che provano al pubblico, L’isteria esoterica che si era creata negli anni novanta ha contribuito a spargere il “terrore” proprio come volevano. È certamente anche una forma di pubblicità, ma chiamatela come volete. Quello che è certo è che il black è qualcosa di potente. Per noi significa arte (proprio come Dr. Frankenstein), per altri è solo un modo per provare odio e paura nei confronti del genere umano, anche a tal punto da diventare qualcosa di politico. In sostanza, è giusto affermare che i Carach Angren non saranno mai parte di come il black metal si è originato, ed è per questo che abbiamo cambiato l’etichetta a “horror metal”; anche dal nostro punto di vista sembrava più “onesto”. Tuttavia, continuo a considerarci come un gruppo black metal, o piuttosto come un ibrido (ispirato a sua volta da un ibrido). In molti sono confusi quando cercano di metterci un’etichetta precisa, come se sentissero l’impellente bisogno di identificarci. Ancora una volta, non abbiamo inventato niente, ma abbiamo preso quello che c’era e lo abbiamo reinventato, fino a diventare ciò che siamo oggi. Sono abbastanza convinto che tra 10 anni a questa parte saremmo mutati in un altro “virus” al quale non possiamo relazionarci oggi.

Season of Mist vi ha dato la possibilità di organizzare tre sessioni private di ascolto del nuovo album prima della sua release. Credete che, tutto sommato, vi abbiano aiutato a promuovere l’album? È stata un’esperienza positiva e da ripetere?

Assolutamente sì! È stato troppo bello per essere vero. Abbiamo avuto l’occasione di tenere una sessione d’ascolto professionale nel Castello di Frankenstein, a Darmstadt. Era il giorno perfetto, meteorologicamente parlando: una foschia fitta si stendeva come una spettrale coperta sulla foresta. Non c’era luogo più ideale per accogliere la stampa. Di solito madre natura non è clemente con noi quando organizziamo eventi, tranne questa volta. Il nostro ringraziamento più sentito va a Season of Mist per credere in noi in questo modo. Dopo questa abbiamo partecipato ad altre due sessioni, una a casa nostra in Olanda e l’altra a Parigi. Abbiamo incontrato gente fantastica e ricevuto domande interessanti, ma il castello avvolto nella nebbia è stato indimenticabile, sembrava uscito da una fiaba contorta.

Adesso parliamo di concerti: dopo lo stravolgente “Pitch Black Summer Tour”, avete qualche progetto per i futuri live, nonostante le problematiche causate dal Covid-19?

Per come la vedo io, il Corona ha frenato ogni forma di lavoro e di arte. Spero di avere la certezza che un paio di concerti previsti per la fine dell’anno si facciano, ma ho i miei dubbi. Non appena un paese inizierà ad aprire tutto, gli altri seguiranno a ruota. Solo allora potremo continuare ogni piano che avevamo iniziato.

I vostri concerti sono ipnotici, teatrali, inquietanti, e l’atmosfera macabra è una componente chiave dell’esperienza Carach Angren. La recitazione impeccabile di Seregor, unita alla partecipazione di tutti i componenti, immerge profondamente il pubblico nella narrazione. Se un giorno dovreste reinventarvi sul palco, come lo fareste?

(Ride) Grazie, una domanda molto interessante. Non ne sono sicuro, abbiamo parlato di “reinventare la ruota” quindi per il momento sto ancora facendo girare questa e lo farà per molte terrificanti miglia. A questo punto Seregor è perfetto così com’è: squadra che vince non si cambia.

Grazie per essere stato con noi, è stato un vero piacere! In bocca al lupo per il futuro!
Grazie a te per le domande interessanti e lode a tutti i supporter dei Carach Angren! Ci si vede in prima linea.

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