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Lo scorso 24 aprile i Carpe Noctem hanno rilasciato insieme agli Árstíðir lífsins lo split album “Aldrnari”. In seguito all’uscita di questo interessante lavoro, che ci presenta due delle migliori formazioni black metal islandesi, abbiamo fatto qualche domanda ad Andri, chitarrista e fondatore della band, sulla storia del gruppo e su alcuni aspetti della scena locale.

Ciao Andri, grazie per il tuo tempo e benvenuto su Metalpit. Innanzitutto, chi sono i Carpe Noctem? Potresti descrivere la band ai nostri lettori, seguendo la crescita che vi ha portati a essere una delle realtà migliori della scena islandese?

Ci siamo fondati circa nel 2005, ma la formazione non si è stabilizzata fino al 2009, con l’uscita del nostro omonimo EP. Al momento la scena black metal islandese era praticamente inesistente, ci si concentrava maggiormente sul death metal. Gran parte dei gruppi rimanevano attivi per non più di un paio di anni, e in pochi hanno rilasciato materiale oltre a delle demo autoprodotte. In quegli anni eravamo giovani e i nostri primi concerti si sono tenuti principalmente in locali per gente di tutte le età oppure in spazi dedicato all’arte in edifici abbandonati. Questo ci ha permesso di avere più libertà nel creare un’atmosfera unica e rendere speciale la performance, e infatti molti gruppi hanno sfruttato questa libertà per sviluppare la propria presenza sul palco e affinare la resa. Noi siamo diventati conosciuti per la creazione di atmosfere molto ipnotizzanti, che si sono legate bene alle proposte di altre band, com’è successo quando abbiamo suonato “Vitrun” interamente insieme a NYIÞ durante la scorsa edizione dell’Ascension Festival. Il nostro primo album, “In Terra Profugus”, è uscito nel 2013 e in poco tempo in molti hanno cominciato a notare il black metal islandese. In ogni caso, la nostra situazione è stata leggermente diversa perché alcuni di noi si sono spostati all’estero, dunque siamo diventati meno attivi. Abbiamo comunque suonato dal vivo ogni tanto e continuato a comporre musica nonostante la distanza, però Tómas ed Helgi suonavano principalmente con i Misþyrming, mentre Árni con gli Helrunar. Dopo aver rilasciato il nostro secondo album, “Vitrun”, nel 2018, e lo split “Aldrnari” con gli Árstíðir lífsins tramite Ván Records quest’anno, siamo diventati più attivi.

La vostra ultima fatica è, appunto, lo split con gli Árstíðir lífsins. Potresti parlarci dell’origine di questo lavoro, qual era l’idea dietro a esso e come siete riusciti a trovare un compromesso per quanto riguarda il sound, essendo le vostre visioni del black metal diverse tra di loro?

Nonostante i membri delle due formazioni si conoscano da molto tempo (Árni suona per entrambi), l’idea ci è venuta solo nel 2016, nel mese di ottobre, mentre io e Stefán ci siamo trovati per bere, a Londra. Anche se abbiamo approcci diversi al black metal, ci sono diverse similarità e abbiamo colto del potenziale nell’utilizzo delle qualità di ogni band per esprimere diversi lati del concept. Il concept dell’album è descritto perfettamente in questo comunicato stampa:

Aldrnari esplora temi quali morte, guerra, fiamme e vita.
Vedo bruciare il fuoco, e la terra in fiamme. L
a lama viaggia, lucente e viva, mentre in sua assenza regna il nero, come la cenere.
La morte di ogni albero. Gli alberi sono ciò che siamo, numerosi nelle forme, ma una singola vittima tutti insieme. I sacrifici per cui ci chiamano, scolpiti nel legno. Fuoco fine a se stesso. La distruzione vista non come antitesi alla vita, ma come il suo nucleo smascherato, un’implacabile forza guidata dalla fame insaziabile.
Lingue voraci originano visioni gloriose, spade della morte portate sulla sua fiamma. Bramiamo l’oblio dell’albero, il tasso,
e preghiamo che il verme pungente tagli la catena, una volta per tutte.”

Ho apprezzato come abbiate mantenuto l’efficacia del vostro sound anche se la canzone non rispetta la struttura dei brani con cui avete a che fare di solito. È un qualche tipo di anticipazione per del materiale più vario in futuro, oppure è una caratteristica unica di questo split?

La struttura e il sound di “Hrækyndill” sono legate al concept dell’album e alla struttura dello split. Anche se siamo coerenti nei confronti della nostra proposta e dell’approccio con cui componiamo musica, non ci piace limitarci eccessivamente o ristagnare nello stesso punto. Fin dall’inizio della nostra carriera abbiamo scritto musica che unisce suoni contrastanti, affiancata da testi che lasciano libertà di interpretazione. Questo aspetto è parte della nostra essenza come gruppo, e continueremo a evolverci e a mostrare nuovi lati dei Carpe Noctem.

Varie collaborazioni nella scena black metal islandese non sono affatto nuove. Tre membri della vostra formazione suonano anche in altri gruppi. Basandomi su questo posso immaginare quanto siano forti i legami che avete tra musicisti là. Quanto vi aiuta questa atmosfera? Ed è difficile gestire l’attività con tutte queste band?

Le collaborazioni sono ottime per gli artisti, specialmente per la condivisione delle idee e il loro sviluppo, ci si ispira a vicenda verso risultati migliori. Purtroppo i musicisti che si sono trasferiti all’estero sono leggermente al di fuori da questa comunità, ma fanno comunque parte della scena. Quando siamo tutti insieme in Islanda succede molto in pochi giorni, di solito. Tómas è in numerosi altri gruppi e quasi tutti abbiamo altri progetti, quindi ci capita talvolta di trovarci con le programmazioni sovrapposte, ma nulla di grave. Ci adattiamo visto che la passione supera la convenienza.

Quali definiresti come i lavori più influenti per la scena locale? Quelli che hanno in un qualche modo costruito le basi per la crescita dell’attuale scena black islandese? E quali hanno influenzato la vostra musica?

Nessuno può negare l’imponente influenza di “Temple of Deformation” e “Flesh Cathedral”, rispettivamente demo del 2006 e album del 2012 degli Svartidauði, all’interno dell’attuale scena black metal islandese. Anche la band progressive death metal Momentuum ha rilasciato una demo nel 2006, “The Requiem”, che ha influenzato l’intera scena metal. Il loro primo cantante era H.V., ora attivo con i Wormlust. Prima c’erano Flames of Hell, Forgarður helvítis, Potentiam e i primi Sólstafir che guidavano la scena con un approccio più tradizionale al black metal. Anche la band hard rock HAM ha avuto un grande impatto per chiunque fosse interessato nella musica pesante, così come i Þeyr, formazione post-punk anni ‘80, e Þursaflokkurinn e Trúbrot, con il loro progressive rock anni ‘70. Credo che ognuno nella band direbbe cose diverse su chi l’ha influenzato particolarmente e, onestamente, le nostre influenze vengono prevalentemente dall’estero, non dall’Islanda, ma i nomi che ho citato possono dare un’idea su ciò che c’era in passato.

Parlando dei vostri album, ci sono differenze sostanziali tra “In Terra Profugus” e “Vitrun”?

Assolutamente. Per quanto riguarda i testi, “In Terra Profugus” è un concept album con un viaggio abbastanza lineare, mentre “Vitrun” è un assortimento di rivelazioni che si connettono tra loro. Sotto l’aspetto musicale, in “Vitrun” andiamo molto più a fondo con la psichedelia, la sperimentazione, l’implementazione delle dissonanze e nella creazione un’atmosfera più ampia, quasi spaziale. E dove ci sono delle parti più pesanti e oscure, ce ne sono altrettante che coinvolgono fino a far perdere la testa. “In Terra Profugus” contiene questi aspetti, ma l’esecuzione è diversa, come dovrebbe essere. Può essere descritto come un percorso di autoflagellazione più consapevole, verso una maggiore consapevolezza delle scelte fatte per se stessi, mentre “Vitrun” è più vicino a una caduta verso rivelazioni e visioni che non puoi controllare, solo accettare come destino mentre appassisci e ti trasformi.

Parlando dei temi di cui trattate solitamente nei brani, cosa riguardano? I testi in islandese sono sicuramente un aspetto caratteristico e ben collegato alle canzoni, anche dal punto di vista musicale, ma non sono così semplici da tradurre e comprendere.

Come la musica, anche i testi affrontano il forte contrasto tra la bellezza e il grottesco. “In Terra Profugus” è un viaggio etereo e interiore, che esplora i concetti di vita, morte e la natura del maligno. Si tratta di superare e raggiungere la comprensione attraverso conflitti e difficoltà, relativi all’autoflagellazione dell’anima. Il titolo dell’album richiama al viaggio di Caino nel deserto di Nod, l’esilio fatto da sé nei confronti della creazione divina. Immagini naturali e lievi riferimenti a dei miti nordici permeano nel testo, che è al contempo vivido ed esoterico nella sua descrizione. “Vitrun”, invece, esplora lo spazio liminare del surreale e del mondano. Tutto viene preso e niente ritorna senza una ragione. L’album ha a che fare con rivelazioni e visioni di incubi, maledizioni, stagnamento, destino e l’affermazione della vita come una forza malevola in un mondo che è solo una tomba.

Le copertine dei vostri lavori si collegano perfettamente con la musica. Quella di “Vitrun” ha attirato immediatamente la mia attenzione, quindi volevo chiederti quale fosse la storia dietro a essa.

La copertina di “Vitrun” è stata realizzata da Stephen Wilson. Ci siamo avvicinati a lui perché eravamo già familiari con i suoi fantastici lavori e coincidenza vuole che lui avesse appena ascoltato il nostro primo album quando l’abbiamo contattato. Abbiamo condiviso la nostra visione con Stephen e gli abbiamo tradotto i testi in inglese, dandogli anche dei riferimenti visivi e descrivendogli i temi principali, ma lasciandogli lo spazio per aggiungere la sua interpretazione al lavoro. Ha creato un’illustrazione per la copertina, una per il retro e anche una per ogni canzone del disco, le quali credo aggiungano molto all’esperienza dell’ascoltatore. Abbiamo usato questo approccio per ogni nostro lavoro e si è dimostrato molto efficiente. Scegliendo un artista con cui lavorare che ha già messo in mostra nei precedenti lavori elementi delle atmosfere con le quali hai a che fare, e dandogli delle linee guida per poi lasciargli fare ciò che gli riesce meglio, solitamente si riesce a ottenere qualcosa di migliore rispetto a ciò che si aveva in mente.

Grazie ancora per il tempo che ci hai dedicato. L’ultima domanda riguarda il vostro futuro: avete qualcosa in programma per i prossimi mesi?

Nei prossimi mesi non ci sono molti concerti in giro per il mondo, però forse riusciremo a tenere un’esibizione dal vivo entro la fine dell’anno. Continueremo anche con la fase di scrittura del prossimo album. Saluti!