Gli scorsi giorni abbiamo avuto il piacere di raggiungere telefonicamente la cantante dei Cellar Darling Anna Murphy per una chiacchierata sul prossimo album della band, “The Spell”, in uscita il prossimo 22 marzo e di cui trovate tutte le informazioni a questo link. Anna si è rivelata molto disponibile ed esaustiva nelle risposte, come potrete comprovare tra poco, in un’intervista che ripercorre la giovanissima carriera della band, che però ha tutte le carte in regola per portare qualcosa di nuovo nel panorama musicale.


Ciao Anna! È un piacere averti qui su Metalpit per la prima volta, e in anteprima per parlare del nuovo album!

Grazie a te! Il piacere è tutto mio, è sempre bello poter parlare di un album che deve ancora uscire e poterne condividere le prime informazioni e news, anche se i fan lo aspettano trepidamente!

Beh, i singoli che avete rilasciato sono veramente belli! Ma partiamo dall’inizio, dalle origini: dato che siete una band giovane e relativamente di nicchia, molti qui su Metalpit potrebbero non conoscervi. Ci puoi dare una vostra breve presentazione, a partire dal nome?

Certo! I Cellar Darling sono nati nel 2016 dopo la dipartita dagli Eluveitie, insieme a Ivo (Henzi, chitarrista) e Merlin (Sutter, batterista), e sono una creatura totalmente diversa da quella in cui abbiamo suonato precedentemente: il metal è solo una delle tante sfumature del nostro sound. Incorporiamo elementi folk, rock progressive e talvolta alternative, e pure musica classica, specialmente in “The Spell”: siamo liberi di esplorare qualsiasi ambito musicale ci piaccia senza porsi alcun limite, senza bisogno di fare parte o di etichettarsi in un determinato genere.
Mentre, per quanto riguarda il nome, rappresenta in maniera astratta il nostro sound dato che abbiamo unito due parole antitetiche per atmosfere tra loro, ovvero Cellar, che esprime qualcosa di oscuro e di non ben definito, e Darling, più arioso, positivo, chiaro. Rappresentano le due anime della band, tutto quello che ci siamo tenuti dentro e tutto quello per cui siamo dovuti passare, ma anche la voglia di portare qualcosa di nuovo.

E direi che con “This Is the Sound” lo avete portato, dato che la critica musicale ha molto apprezzato il vostro esordio, e penso che questo sia uno dei riconoscimenti migliori che si possa avere dopo le difficoltà degli inizi. Dopo il tour promozionale di “This Is the Sound”, vi siete presi una pausa o siete ritornati subito in studio a incidere il nuovo album?

In verità… nessuna delle due! Non siamo tornati subito in studio, ma abbiamo iniziato a comporre nuove canzoni allo stesso modo: alcune le avevamo già da prima, dato che erano state composte per il nostro album d’esordio ma poi non erano state inserite. Non siamo stati in giro, ma ci siamo dati comunque da fare.

Ora veniamo a parlare dell’argomento che ci interessa, ovvero “The Spell”: ci puoi raccontare come si svolge il vostro songwriting? Ognuno scrive la sua parte e poi vi trovate insieme per unirle, oppure ognuno ha voce in capitolo su qualsiasi cosa?

Il nostro processo di songwriting è un processo molto collaborativo: io e Ivo abbiamo scritto molte parti a casa e ce le inviavamo di continuo per confrontarci. Siamo entrati negli studi di registrazione con queste demo già pronte, da cui abbiamo sviluppato tutto il disco.
Disco per cui abbiamo usato un approccio totalmente diverso, di stampo quasi rock. Oltre a ciò, abbiamo scritto la tracklist e i testi delle canzoni ancora prima di avere messo giù una singola nota: quindi, durante il songwriting (non in studio!) ci siamo concentrati sul comporre una canzone che ricreasse l’idea che la canzone dava, a partire dal titolo e dal testo per l’appunto. Siamo entrati in studio con alcune canzoni che dovevano essere ancora completate: è stata una cosa che ci ha portato via molto tempo, abbiamo lavorato su veramente un sacco di idee e su un sacco di materiale, dato che siamo stati guidati dal concept e non dalla musica. È stata una vera e propria sfida ma sono veramente contenta del risultato finale.

Proprio a proposito del testo, “The Spell” racconta la leggenda di una ragazza che, in cerca della vita, si innamora della morte. Da cosa è nata l’idea di questo concept? E i testi sono interamente basati su questa, oppure c’è qualche referenza autobiografica?

È una storia molta emotiva, dall’alto carico emozionale: ma non è nulla di nuovo, ovviamente. Una giovane ragazza, la personificazione della morte e il loro incontro… son tutti temi che la poesia ha già esplorato in lungo e in largo. Ma io ho voluto portare qualcosa di nuovo, e rivisitarlo in una chiave più moderna: non ho voluto raccontare la storia della ragazza che si innamora della morte, ho voluto raccontare la Mia storia, il mio punto di vista di questa storia. L’idea mi è venuta durante un’escursione con mio papà in montagna, in cui mi hai raccontata la leggenda di una ragazza nata in un mondo pieno di dolore, e dopo aver intrapreso un viaggio alla ricerca della vita… incontra la morte.
Riguardo alle referenze autobiografiche, ti rispondo con un sì, ma no! Alla fine è ovvio che un artista ci metta del suo nelle storie in cui scrive, che sia la fantasia oppure esperienze realmente vissute. Ma non penso che sia questo il punto. In “The Spell” c’è parte di me stessa, ma penso che ognuno di noi possa trovare una parte di sé. Io voglio che l’ascoltatore trovi la sua storia, le sue esperienze, il suo mondo, le sue emozioni dentro quest’album, non la vita di Anna Murphy e i suoi riferimenti. Ognuno può dare una diversa interpretazione di ogni canzone di “The Spell”.

Passando alla musica, penso che la vena progressive leggermente accennata in “This Is the Sound” sia definitivamente esplosa in questo vostro ultimo lavoro, e anche le atmosfere si sono fatte più oscure. È stato un progetto studiato a tavolino oppure si può considerare come una naturale evoluzione del vostro sound?

Il progressive è sempre stato nelle nostre corde, e sì, “The Spell” ha una vena progressive molto più marcata rispetto al suo predecessore: la bilancia delle atmosfere e delle sfumature pende di più verso il lato oscuro, ma è stato un percorso che si è sviluppato naturalmente. E penso che fosse proprio quello che stavamo cercando. In questo nostro album i fan troveranno tutti gli elementi distintivi di “This Is the Sound”, tutti gli elementi che hanno amato di più, portati ad un livello successivo. Lo definirei un album molto eclettico, con ancora più influenze del solito: siamo cresciuti più o meno tutti e tre con la musica classica, e in quest’album è una delle venature che abbiamo sviscerato di più, oltre al già citato progressive.

Come hai già detto te, un po’ di progressive era presente pure nel vostro album d’esordio, in particolare nel brano “Six Days”: il video, in particolare, ha segnato l’inizio della collaborazione con Costin Chioreanu. Ci puoi parlare più approfonditamente di ciò?

Sono sempre stata una grande fan di Costin: adoro il suo stile e i suoi lavori, infatti ho alcuni suoi tatuaggi sulla mia spalla destra perché mi piacciono veramente tanto. Quando dovevamo cercare qualcuno per il video, ho subito pensato a lui e l’ho contattato: lui si è dimostrato subito disponibile, e da qui è iniziata la nostra collaborazione, che si è definitivamente consolidata con “The Spell”. Mi era chiaro fin dall’inizio che lui fosse l’unico che poteva rappresentare la storia come la vedevo io, e mi sono fidata ciecamente di lui: mi è bastato raccontargli la storia, dargli il testo e lui aveva già in mente come crearlo.

Andiamo ancora più a fondo per quanto riguarda l’aspetto musicale, e ora ho per te una domanda personale: quanto è difficile amalgamare e inserire la ghironda in una canzone rock/metal? Le parti di ghironda le inserisci dopo che lo scheletro della canzone è stato creato, oppure certe canzoni le avete composte a partire da delle linee di ghironda?

Tu starai pensando che inserire la ghironda sia molto difficile, dato che è uno strumento che non si vede tutti i giorni e in particolare in ambito metal è usato veramente poco (conosco pochi gruppi folk/rock che utilizzano questo strumento): in verità non è così super impossibile. Piano: ovviamente ha le sue difficoltà, dato che ha delle caratteristiche peculiari, ma per ruolo e per “suono” la ghironda, nei Cellar Darling, la puoi accostare alle tastiere. Ovviamente non posso suonarla nella maniera “classica”, tradizionale, dato che non suoniamo musica popolare: nel rock e nel metal i ritmi sono molto più veloci, al contrario della ghironda che solitamente produce dei suoni simili alle litanie, le melodie sono più “easy-listening” e quindi utilizzo un approccio molto moderno, oserei dire fuori dagli schemi. Il vero problema della ghironda è che, oltre all’impossibilità di usarla nel suo modo tradizionale, è difficile da inserire nel contesto tradizionale del songwriting, che prevede tutto scritto a tavolino e un’impalcatura fissa su cui costruire la canzone. È molto divertente e stimolante inserire la ghironda in questi contesti: ci aggiungo un po’ di effetti e mi ritrovo ad avere uno strumento senza limiti, soprattutto per quanto riguarda il range di suoni. Con questa ghironda moderna, posso più facilmente inserirla all’interno dei brani già creati, ma ci sono stati anche casi in cui da una melodia accattivante di ghironda abbiamo costruito un’intera canzone!

Ottimo! Direi che con quest’ultima risposta esaustiva l’intervista è finita! Prima di lasciarti, ne approfitto per farti i complimenti per il nuovo album che ho ascoltato in anteprima (e di cui presto troverete la recensione su Metalpit), veramente stupendo, e ti lascio lo spazio per un saluto o un invito ai lettori di Metalpit.

Grazie mille intanto per i complimenti, non vedo l’ora di leggere la recensione e di sapere cosa ne pensi! Saluto tutti i lettori di Metalpit, tutti i fan italiani e spero di vedervi presto nei prossimi concerti che faremo nel vostro Paese!