A ridosso dell’uscita di “Relics”, fresco di recensione (che potete leggere qui), ho avuto il piacere di porre qualche domanda ai Despite Exile, band italiana in perenne crescita e dalle grandissime capacità. Buona lettura!

“Disperse” ci era piaciuto moltissimo, “Relics” è semplicemente di più! Come è nato il disco? Come si sviluppa il vostro processo creativo?

Il nostro è un songwriting che potremmo definire “a tavolino”, non scriviamo i dischi tutti insieme in sala prove ma sono principalmente Jacopo e Giacomo che ci lavorano scambiandosi spartiti e pre-produzioni avvicinandosi di volta in volta ai brani completi.  Componiamo in questo modo ormai dai tempi di Re.Evolve e ci siamo abituati, anche perché in effetti gli altri membri della band vivono in altre città ed è difficile incontrarsi con regolarità per scrivere tutti insieme (ci ritroviamo in sala prove solo quando è il momento di preparare il set da portare live). A differenza di Disperse, Relics non è nato come un concept ma più come un insieme di brani a sé stanti, solo con la stesura dei testi si è deciso di dargli una certa unità e coerenza di tematiche. C’è stato un lavoro preliminare di analisi dei nostri vecchi dischi, ci siamo chiesti quali fossero i punti di forza e gli aspetti caratterizzanti della nostra musica, cosa non avesse funzionato a dovere e cosa fosse realmente piaciuto alla gente. Da lì siamo partiti cercando di “estremizzare” gli elementi che abbiamo riconosciuto come portanti per il nostro prodotto.

Le tematiche trattate nell’album non sono per nulla scontate, sotto questo profilo ci avete sempre viziati, potete spiegarci queste scelte?

Quando abbiamo cominciato a scrivere “Disperse” ci eravamo proposti di creare un concept attorno al quale ruotassero tutti i brani, i testi e la struttura dell’EP. Di qui la scelta di presentarlo come una specie di tragedia in cinque atti e due interludi. Con “Relics” le cose sono andate diversamente: abbiamo cominciato con la composizione dei pezzi, cercando di legare un insieme abbastanza disparato di idee, impressioni e vecchi riff e cercando di riunirle in un’atmosfera coerente, che potesse rispecchiare la nostra evoluzione musicale. I temi cardine del disco sono emersi quasi spontaneamente, e attraverso le immagini della navigazione, del naufragio e di tutto ciò che vi si ricollega abbiamo cercato di creare una serie di riferimenti interni che si possono ritrovare anche a livello musicale. Per questo motivo, anche se non abbiamo concepito “Relics” come un concept e abbiamo posto più attenzione ai singoli pezzi, ci sono molti fili che li tengono insieme, anche se a volte sono nascosti. Ci teniamo molto al fatto che chi ascolta possa prendersi il tempo per provare a dare la sua interpretazione personale all’album, o per scavare nei testi e trovare delle connessioni interne, riferimenti e citazioni.

Nell’ultimo periodo ci sono stati molti cambiamenti per voi, a partire dalla label, per poi arrivare al cambio di formazione. In che modo LifeForce Records e l’avvento di Simone hanno cambiato le carte in tavola?

Sicuramente lavorare con un’etichetta del livello di Lifeforce ci ha aperto molte porte, tanti promoter soltanto leggendo il nome di un’etichetta di fianco a quella del gruppo che manda una mail sono più disposti a leggerla e rispondere. Ci ha anche permesso di raggiungere parecchie parti del mondo a cui da soli non saremo mai arrivati vista la loro distribuzione globale dei prodotti.
Per quanto riguardo l’arrivo di Simo, dire che ha fatto un lavoro ottimo è un eufemismo. A causa della partenza del nostro vecchio batterista si è trovato a dover imparare dei pezzi che non erano stati scritti per lui in poche settimane e fare delle modifiche minime prima che iniziassimo a registrare. Ha sicuramente portato quella scintilla di tecnica in più che poteva completare ancora di più il gruppo.

Trovo che il vostro sound stia diventando sempre più personale, cosa assai difficile in un genere che ha degli stereotipi molto radicati. È una scelta voluta o è il vostro naturale modo di fare musica?

Come accennato in precedenza, nell’ultimo periodo compositivo ci siamo chiesti diverse volte che direzione dovessimo prendere (credo sia normale dopo anni di attività fare un po’ il punto della situazione). Siamo consapevoli di esserci ritagliati in qualche modo un’identità musicale in un genere dove dominano i cliché, nella band ci sono persone estremamente diverse che ascoltano una grande varietà di musica e forse è questo che ci ha permesso di mescolare molti elementi all’interno dei nostri brani.

Quindi per rispondere direttamente alla domanda: in partenza è stato il nostro modo naturale di fare musica, col tempo e con l’auto-analisi abbiamo individuato e coltivato in maniera più consapevole gli aspetti che abbiamo ritenuto più interessanti e caratterizzanti..

La vostra crescita è costante, secondo il vostro punto di vista qual è la chiave di questa crescita?

Imparare dagli errori, capire in cosa siamo carenti e dare sempre il 100%. Possono sembrare cose ovvie ma ci sono molte persone che pensano di “meritare” cose o che arrivino da sole. Sbagliato. Avere una band è una delle cose più difficili, è come una famiglia, ci saranno sempre discordie e litigi ma non bisogna mai fermarsi. Sempre testa alta e andare a prendersi quello che si vuole.

Tornando a “Relics”, sono rimasto molto colpito dalla qualità oggettiva di produzione, post produzione e realizzazione generale dell’album. Vi va di raccontarci un po’ come è stato realizzato?

Questo album è stato completamente auto prodotto, ad eccezione del primo singolo uscito che era stato mixato da Cody Stewart. Il nostro cantante si è occupato di registrazione, produzione, mix e master di “Relics”, mentre il nostro chitarrista si è occupato dell’intera parte grafica.

Oltre il bellissimo singolo, le date italiane e il release party, quali sono i vostri programmi per spingere l’uscita di Relics?

Tante belle cose che annunceremo nei prossimi mesi!

Ho esaurito le mie curiosità, grazie del vostro tempo e ci vedremo al primo live utile!