Dopo la pubblicazione di “Neuroteque”, abbiamo avuto l’opportunità di fare due domande a Luigi Farina, chitarrista e tastierista dei Juggernaut.

Ciao, benvenuto su MetalPit e grazie per essere qui con noi.

La prima domanda che sorge spontanea è: come possiamo definirvi? L’ultima release “Neuroteque” conferma ancora una volta che cercare di etichettarvi con un genere è fatica sprecata.

Non nego che la questione dell’etichetta musicale ci regala molto orgoglio ma anche molta frustrazione e confusione. Oramai l’unica fonte di risposte risiede semplicemente in chi ci ha ascoltato e capita spesso che questa domanda la proponiamo direttamente alle persone che vengono a parlarci alla fine dei concerti. Molti ci danno impressioni molto differenti tra loro e a tratti discordanti, colme di così tante sfumature che alla fine dobbiamo inchinarci alla soggettiva interpretazione del linguaggio musicale e tutta la sua forza evocativa che possiede. Tutto questo processo immaginifico che scateniamo ci diverte molto.

C’è molta sperimentazione da parte vostra nell’ultimo album, non solo dal punto di vista prettamente musicale, ma anche concettuale, visto che l’intero lavoro sembra una sorta di lotta tra chiaro e scuro, calma e caos. Ritenete che questo vostro eclettismo sia frutto di una maturazione artistica rispetto a lavori precedenti?

Più prendi consapevolezza di chi sei e più ti sbrigli da tante idiosincrasie e tante convinzioni. È passato del tempo nella musica ma anche nelle nostre vite di singoli ed è naturale che il tutto sia convogliato nei dualismi di “Neuroteque”. La sua stesura è stata frutto di tante battaglie e tanti tentativi per far sì che ne fossimo orgogliosi e convinti noi in primis, ma tenendo sempre il fuoco ben fermo riguardo la fluidità e l’efficacia delle strutture ritmiche e melodiche. Abbiamo voluto fare un disco senza paletti narrativi e senza una matrice dominante. Sette brani nei quali direzionare l’ascoltatore verso i propri mondi, sperando che si diverta tanto quanto ci siamo divertiti noi a scriverlo.

Qual è il vostro “background” e la vostra traiettoria musicale?

Davvero ciò che di più eterogeneo ci sia al mondo. Siamo quattro ascoltatori e musicisti davvero diversi e rischierei di tediare te e i lettori con il solito elencone infinito. Facciamo cosí: dallo swing al brutal death metal, dal punk al progressive, dalla bossa nova all’ambient. Una risposta che più vaga non si può ma che meglio ci descrive.

Non sembra azzardato paragonare la vostra musica a un film. Come e da cosa avete tratto ispirazione per realizzare quei passaggi “cinematografici” che ormai sono intrinsechi del vostro sound?

La potenza dello spettacolo cinematografico non si discute per quanto possa essere evocativa per un musicista, e per il nostro precedente disco, “TRAMA!”, ce ne siamo lasciati affascinare fino in fondo, tanto da condizionarne la scrittura e la realizzazione. Per “Neurotqeue” è stato diverso. Presumo, che come un virus, questo aspetto di canzone pensata anche come sceneggiatura ci sia rimasta dentro e, per forza di cose, contaminato tutto il disco. Forse stavolta in ogni brano c’è un film diverso. Che sia una storia d’amore tra alieni o un noir fantascientifico poco importa. Ad ognuno il suo personale viaggio.

Da italiani è normale tentare di valorizzare il nostro territorio. Che effetto ha avuto su di voi la vostra città, Roma? Come ha influenzato, talora lo avesse fatto, la vostra musica?

Roma è una città colma di dualismi e contraddizioni che si ripercuotono costantemente nelle nostre vite. Tante occasioni e bellezza ma disseminate in un territorio ostico e insidioso. Tutto ciò che ha di bello questa città a livello culturale e di aggregazione sociale sembra sempre essere sull’orlo del non esserci più da un momento all’altro. Una sorta di conto alla rovescia infinito. Probabilmente nella nostra musica risiede tutta questa tensione emotiva fagocitata dal nostro habitat. Tanta voglia di esserci e resistere mentre scruti un monte senza fine. Uno Juggernaut…in un certo senso.

L’ultimo è un lavoro complesso, intricato, matematico; insomma, non per tutti i palati. Trovate che l’Italia sia un terreno fertile e pronto al cambiamento, oppure ambite ad altri palcoscenici?

Non abbiamo mai notato differenze tra alcun tipo di pubblico e non abbiamo preferenze in merito. Ci piace moltissimo suonare all’estero come in Italia. Sarà per l’assenza di un cantato e di una relativa lingua di appartenenza o per l’ampio spettro stilistico abbracciato, devo ammettere che abbiamo constatato di essere molto “esportabili”. Le canzoni sono sì intricate da suonare ma noto che al pubblico arriva e lo stupisce molto di più il grado di gioia che ci mettiamo nell’eseguirle.

“Neuroteque” non ha un vero e proprio “mood”, è uno sbalzo costante di umori e sensazioni. Rispecchia un po’ la band nel processo di scrittura?

Completamente. E’ un lavoro dove ci siamo messi molto in gioco come singoli compositori e musicisti. Sul precedente “TRAMA!” abbiamo jammato di più su delle idee embrionali tentando di sintonizzarci con l’atmosfera giusta, su “Neuroteque” invece abbiamo lavorato come band partendo da idee più strutturate portate dal singolo. Il lavoro in sala è stato quello di dare uniformità stilistica e sonora ad ogni brano cambiandone, all’occorrenza, sezioni o strutture ma rimanendo fedeli ad un’idea di partenza più precisa.

Parliamo di live. Avete di recente annunciato un Release Party a Roma, previsto per il 7 dicembre al Nuovo Cinema Palazzo. Ne siete entusiasti? Avete altri live in programma?

Sicuramente il release party nella nostra città ci emoziona non poco. Questa grande festa si terrà poi in un posto speciale, non solo per noi, ma per tutta la città e che la città stessa, paradossalmente, vuole portarsi via. Sarà un motivo in più per rendere ancor più speciale questo concerto e soprattutto questo disco. Il disco è uscito da poco e stiamo già fissando le prime date italiane alle quali ne seguiranno molte altre e che sveleremo man mano.

Quali pezzi vi divertite a suonare live? Immaginiamo che i pezzi di Neuroteque richiedano una notevole concentrazione e cura al dettaglio.

Le nostre canzoni sono brani complessi ma non complicati. Non abbiamo partiture particolarmente funamboliche ma la difficoltà risiede nell’adattare passaggio per passaggio il tocco ed il suono che lo stile musicale del momento richiede. Dopo centinaia di concerti e con i doverosi anni di danza moderna sulla pedaliera siamo riusciti a raggiungere alcuni automatismi necessari per godersi a pieno i live e divertirci al massimo.

Grazie ragazzi, e in bocca al lupo per il vostro futuro!

Grazie a voi! Grazie per questa bella intervista e tanti auguri per MetalPit!