A distanza di un anno dalla loro ultima release molto ben riuscita “Cycles”, abbiamo avuto il grande piacere di intervistare una band giovane quanto promettente, che ha veramente poco da invidiare ai colossi del melodic death/metalcore. Stiamo parlando degli italianissimi Straight To Pain, direttamente da Savona. Attiva dal 2009, la band ligure vanta ad oggi la pubblicazione di un validissimo full-length “Horizon Calls” (2013), un EP spaccaossa “Earthless” (2015) e, come scritto poco sopra, l’ultimo ottimo lavoro “Cycles” (2019).
Se state cercando energia da vendere e siete cultori del metal duro e crudo ma allo stesso tempo cristallino, troverete sicuramente molto valida e intrigante la proposta dei cinque savonesi. Gli Straight To Pain sono: Simone Luise (voce), Stefano Ravera (batteria), Marco Salvadori (chitarra), Thomas Laratta (chitarra) e Andrea Core (basso).
Buona lettura, horns up!

Ciao ragazzi e benvenuti su Metalpit.it! Come state?

Ciao a tutti i lettori! Nonostante tutto noi stiamo bene, è un piacere essere qui!

Partirei dandovi completamente carta bianca, presentatevi ai lettori come meglio riuscite!

Uh, questa già è difficile! Vediamo, siamo gli Straight To Pain e suoniamo pop vegetariano!(ridono)
Siamo in forze dal 2009 e… cazzo, 2009?! Scherzi a parte, c’è sempre stata una diatriba per la scelta del genere. Adesso ci sono tanti generi che si tendono ad intrecciare, dal metal al rap passando anche per l’elettronica e per molti è una cosa negativa, per noi no. Siamo sempre stati eterogenei come gusti pur rientrando nella cerchia del melodic death/metalcore anche se molto più vario come modo di comporre, soprattutto oggi che siamo cinque persone con cinque gusti diversi e con varie influenze che si mescolano in maniera molto produttiva. Anche se a volte può sembrare difficile afferrare tutto in un unico concept, ognuno porta del suo.
Per esempio Marco, lui porta la melodia, l’assolo e una struttura più ispirata alla musica classica. Stefano, lui è quello che porta il casino nel gruppo, quello che complica le parti per poi tornare a semplificarle (ridono). Giustamente essendo il batterista ha più l’orecchio sulla ritmica, indirizza i brani in modo impattante e cristallino, ma come tutti quanti del resto.
Ognuno di noi se ha l’ispirazione all’interno del gruppo può dire la propria ed è proprio con questo spirito che nascono le cose migliori in una band. Andrea, il bassista, viene dalla radice punk/hardcore ed è colui che in molte situazioni diventa il nostro punto di riferimento quando noialtri tendiamo a divagare nella scrittura e composizione dei pezzi. Thomas, il più giovane tra noi, è quello che porta il groove diretto e deciso, venendo dalla “scuola” Pantera. Infine Simone è la nostra voce growl e porta… beh, quello che può portare! È un po’ l’Ibrahimovic del metal! (ridono) Lui ha sempre avuto un’influenza metalcore e deathcore ma ascolta anche molto rap, anche se per ora non abbiamo ancora proposto nulla con questa influenza.

Come sono nati gli Straight To Pain?

Nascono dalle ceneri di un progetto punk quando avevamo circa 16-18 anni, al liceo. Piano piano però la visuale delle cose è cambiata, la volontà di avere un approccio alla musica più professionale conservando comunque uno spirito goliardico. Crescendo e ampliando le nostre conoscenze siamo maturati e abbiamo raggiunto un approccio molto più professionale, infatti da quando esiste la nostra formazione attuale ci sentiamo di avere una quadra come penso non abbiamo mai avuto. Tutto ciò abbiamo cercato di esprimerlo soprattutto con la nostra ultima release “Cycles”.

Parlate in poche parole dei vostri album pubblicati sino ad ora.

Ad ora abbiamo pubblicato due album e un EP e rappresentano tutti la nostra storia e il percorso evolutivo che hanno avuto gli Straight To Pain. Partendo da “Horizon Calls”, quello è stato proprio il periodo metalcore al 100%, molto ispirati ai Parkway Drive anche se comunque molto personale sia a livello strumentale che compositivo, non è un album che ti fa pensare: “Sentita una, sentita tutte” come purtroppo molto spesso accade, è quello che vogliamo evitare. Cerchiamo sempre di mettere qualcosa di diverso. “Earthless”, il demo, suona invece molto diverso. È stato un momento di ricerca, non di smarrimento. Avendo da poco cambiato formazione in quel periodo è servito per cercare di conoscerci bene tutti quanti, cercando di muoverci verso un suono un po’ più crudo ma già con qualche parte melodica. Al di là del genere, volevamo ottenere un suono più “vero” possibile senza campionamenti e cose del genere che andavano nel metalcore di quegli anni. Suoni molto più reali e acustici, meno elaborati, meno prodotti e meno campionati. Oggi sicuramente non lo faremmo suonare così, ma all’epoca era la direzione che volevamo prendere e col tempo ci è servito a trovare un buon compromesso con il proseguire degli anni con il successivo “Cycles”.

Con “Cycles” si sente un vero e proprio salto di qualità, cosa è cambiato nel vostro modo di comporre musica?

“Cycles” è stato decisamente un parto a livello compositivo, siamo cambiati tantissimo e ci siamo più o meno allineati tutti quanti come intenzioni e come genere anche se non del tutto, proprio per non vincolarci e andare verso altre visioni più ampie. Diciamo che è il primo prodotto fatto con questa formazione lavorato in modo serio e con volontà, siamo contenti per il processo che c’è stato dietro all’elaborazione dei brani e per il lavoro fatto con Fabio Palombi dal Blackwave Studio di Genova, ma anche con Fabio Cuomo che ci ha aiutato nella parte synth ed elettronica con cui ci siamo trovati benissimo. Abbiamo ripreso a studiare cose che non avremmo mai studiato, raggiungendo un grado di serietà maggiore rispetto a quello che facevamo solitamente prima di questo album, sperimentando con intermezzi strumentali di ispirazione elettroniche che hanno dato un carattere unitario al disco, dividendolo praticamente in tre parti, dando una vera e propria identità sia all’album che alla band. Siamo molto soddisfatti e speriamo che possa piacere tanto anche al pubblico.

Quali sono le vostre maggiori influenze musicali? Da chi prendete ispirazione per la realizzazione della vostra musica?

Come dicevamo prima, noi cinque abbiamo tutti ispirazioni ed influenze diverse: sicuramente i primi Fear Factory di Raymond Herrera e i Lamb Of God di Chris Adler, tutti quelli che hanno reso il drumming moderno con più groove. Passiamo poi dai Protest the Hero, Architects e Parkway Drive arrivando ai Whitechapel, Arch Enemy e Born Of Osiris senza escludere i classici Slayer e Death, anche i Bad Religion! Altri gruppi da cui i nostri chitarristi prendono ispirazione come modo di comporre sono i Blind Guardian e Pantera.

Come avete passato il periodo di quarantena? Vi ha dato nuove idee per un futuro nuovo album? C’è già qualcosa in cantiere?

Partiamo da forse l’unico aspetto positivo, effettivamente qualcosa in cantiere c’è. Non siamo stati totalmente fermi e stiamo lavorando a qualcosa di nuovo, un po’ più particolare, che vogliamo sperimentare e siamo fiduciosi di quello che potrà uscirne fuori. A livello psicologico invece ci ha tagliato le gambe non poco, perchè con l’uscita di “Cycles” a fine 2019 puntavamo tanto in questo 2020 per andare in tour, suonare e promuovere il disco che con tanta fatica e sacrificio abbiamo fatto. Purtroppo però ce lo siamo preso in quel posto. Come tante altre band, per carità. Sappiamo di non essere gli unici al mondo ad averci rimesso, come anche chi sta dietro al palco e chi lavora nell’ambito dello spettacolo.
Abbiamo comunque cercato di usare il periodo di quarantena sia per studiare musicalmente sia per scrivere in “telecomposizione”, ci scrivevamo le cose e ce le mandavamo, però è chiaro non è la stessa cosa. Psicologicamente è stata una bella botta, alcuni di noi non riuscivano neanche a prendere lo strumento in mano perché demoralizzati dalla situazione, assaliti da dubbi del tipo “Cosa sto facendo?”, “Perché lo faccio?”. È stata dura ma ne siamo usciti.
Se già prima c’era una gran difficoltà di suonare in giro adesso si è consci del fatto che sarà il triplo più difficile per il mondo che ruota attorno alla nostra musica e alla scena underground. Però non ci fermiamo, cerchiamo di tirare fuori il più possibile qualcosa di buono in questo periodo negativo.

Molti musicisti e produttori hanno generi e gruppi preferiti differenti da quello che loro stessi propongono. È il vostro stesso caso?

Assolutamente sì. Ascoltiamo jazz, rap, blues e classica. Bob Marley poi è un’istituzione! Qualcuno poi ha anche un certo debole per il J-pop! (ridono) Ci piace essere aggiornati su cosa succede nel mondo della musica a 360 gradi, come Elettra Lamborghini a Sanremo! (ridono) Non neghiamo che per certi gusti “fuori genere” siamo addirittura arrivati a sentirci quasi in colpa, influenzati dall’atteggiamento medio della scena musicale rock/metal italiana. Purtroppo in Italia il rock e metal è visto troppo come “religione” che in quanto tale deve essere pura, “non contaminata”. All’estero, fortuna loro, non è così. Si tende ad esse più aperti e curiosi a nuove sperimentazioni, come si tende ad essere più curiosi nel scoprire e supportare nuove band underground. Qui purtroppo poche persone si fanno anche solo che 10 km per supportare una band locale mentre poi magari si sparano 12 ore di macchina per andare a vedere i Metallica per la ventesima volta.

Vi piacerebbe avere degli ospiti particolari nel vostro progetto?

Saremmo molto incuriositi da un’ospitata di una cantante donna o di un rapper. Ma forse è più una curiosità che una vera e propria intenzione. Se poi dobbiamo fare qualche nome provenienti dalle nostre band preferite, nel nostro mondo magico e immaginario pensiamo che un feat con Hansi Kürsch (Blind Guardian, Demons & Wizards) possa essere divertentissimo. Anche con la voce di Phil Bozeman (Whitechapel) sarebbe un sogno, ci sarebbe tanto da imparare e si sposerebbe bene con il nostro sound. Fantasticando ancora di più potremmo dire qualche rapper come Noyz Narcos o Metal Carter, ma ci piacerebbe molto anche avere delle collaborazioni con gruppi locali.

Oltre la musica, quali sono le vostre più grandi passioni?

Tra le nostre passioni abbiamo videogiochi, letteratura, auto d’epoca, studio delle lingue straniere e fumetti di ogni genere, RAT-MAN su tutti!
Una delle passioni di Stefano è il disegno, ha disegnato in parte l’artwork di Cycles.
Poi vediamo… per Simone sicuramente tutto quello che riguarda il mondo degli extraterrestri e della storia rivisitata, infatti la lirica di “Cycles” si basa molto su questo suo interesse: il concetto di nascita, creazione, e tutte le domande che l’uomo si pone a riguardo. Sulla possibilità che ci possa essere stato un qualche intervento a noi sconosciuto fuori da questo mondo, le teorie sono molte e le conferme sempre più frequenti.

Come affrontate i momenti difficili della vostra vita?

La band è un grosso e importantissimo sfogo per tutti noi. L’esercizio strumentale e la scrittura dei testi aiuta molto nello sfogare tutto lo stress che la quotidianità ci obbliga ad affrontare.

Concludiamo con un’altra domanda fantasiosa, soprattutto per i tempi che corrono: in un ipotetico live, a chi vi piacerebbe fare da opener?

Nonostante stiano cavalcando troppo l’onda del successo, sceglieremmo i Jinjer. Per quanto riguarda band un po’ più datate invece sarebbe bello aprire ai August Burns Red, Protest The Hero o Limp Bizkit. Ma vedendo come stanno andando le cose a noi basterebbe suonare e basta, qualsiasi gruppo andrebbe bene, basta suonare!

Grazie ragazzi per il vostro tempo, vi auguro un buon proseguimento e invito tutti i lettori a recuperare i lavori pubblicati dagli Straight To Pain!

Grazie a voi di Metalpit! Un saluto a tutti i lettori, speriamo di vederci presto ad un live!