Reduci da un fantastico show all’Orion di Roma, gli ALTER BRIDGE approdano al Fabrique di Milano (all’inizio s’era optato per l’Ippodromo di San Siro, n.d.r.), un locale non grandissimo ma facilmente raggiungibile e ben organizzato. Non c’è particolare confusione, si riesce persino a trovare parcheggio e la fila scorre in maniera composta. A causa di qualche disguido ortopedico, ho la possibilità di accedere alla zona riservata ai disabili, sul lato sinistro del palco, nella quale vengo accompagnato da un personale molto cortese e gentile.

Il tempo di sedermi, e si parte subito con l’energia – e lo stacco di coscia – di Elin Larsson, cantante dei BLUES PILLS. La band mostra subito un gran bel piglio con un blues rock a tratti psichedelico fatto di pura sostanza. Elin ammalia il maschio italico con la sua bellezza svedese, sa di non lasciare scampo, ma non è la fisicità l’elemento su cui vuole fare leva. È una voce potente e precisissima, ricca di sfumature sia seducenti che graffianti; un vero talento insomma, a cui va il pregio di ispirare pure una certa simpatia. Simpatia che troviamo anche nel pittoresco chitarrista Dorian Sorriaux, un uomo che sente e vive ogni plettrata sulla sua Diavoletto, un musicista perso nel flusso delle note che a occhi chiusi “sculaccia” con leggerezza le corde, quasi volesse propagare il suono con un movimento ondeggiante della mano. Nota di merito anche per il batterista André Kvarnström, il quale picchia deciso ma sempre con una gran classe lasciando intuire un’eccezionale capacità tecnica. Alla quarta canzone Elin prende in mano i sonagli e il pubblico comincia a rispondere come si deve, arrivando all’apoteosi con il brano ‘Devil Man‘, un vero blues rock che ci riporta indietro di quasi quarant’anni, all’epoca dei mostri sacri. A questa band capace e promettente vanno i nostri più sentiti complimenti.

Calano le luci e il palco lentamente si trasforma. La scenografia è minimale, ma Tremonti e Kennedy hanno un armadio ciascuno di chitarre da accordare, quindi serve un po’ di tempo. Quando tutto è pronto, il riff massiccio di ‘Come to Life‘ apre le danze, ed è subito delirio. Per noi che siamo seduti proprio a lato delle casse principali l’audio non è dei migliori, ma è sufficiente per capire che Kennedy è in gran forma. Poche parole, tanti sorrisoni, e si procede spediti come fulmini passando per il pezzo ecologista ‘The Writing On The Wall‘ e poi ‘Farther Than Sun‘, ma è innegabile che la vera prima superbomba sia ‘Addicted To Pain‘. Il riff orgasmico di chitarra trasmette una potenza che è pura lussuria per le orecchie, e il cantato è semplicemente trascinante. Dalla mia posizione posso osservare un arzillo vecchietto, seduto in carrozzella e con le corna in aria, che si gusta il concerto secondo per secondo. I componenti della band lo notano e interagiscono più volte con lui (a fine concerto Kennedy gli darà personalmente qualche ricordino), imprimendomi nella mente un’immagine di gran cuore. Nel frattempo Myles si concede qualche parola e qualche ringraziamento rivolto all’intera platea, finché tra un cambio di chitarre e l’altro veniamo travolti dalla festa di ‘My Champion‘, un vero e proprio inno di resilienza, seguito niente di meno che dal riff spaccadenti di ‘Ties That Bind‘. Ormai abbiamo capito che il motore americano non va a cavalli, ma ha dentro una mandria di tori in carica che rallenta solo per il momento intimista di ‘Watch Over You‘ (eseguita dal solo Kennedy in acustico come di consueto, seppur con una chitarra dal suono molto metallico n.d.r.) e ritorna impetuosa con ‘Isolation‘. Immancabili poi la titanica ‘Blackbird‘ e ‘Open Your Eyes‘, due pezzi in cui il pubblico non può trattenersi dal cantare, soprattutto se Kennedy lo invita a intonare i vocalizzi riscuotendo pure un certo successo. Il momento è emozionante. Segue un buffo siparietto sui mimi nel quale sempre Kennedy fa giocare i suoi colleghi con muri e corde invisibili, giusto prima di rievocare un classico: ‘Metalingus‘. Gli ultimi tre pezzi, infine, attingono dal vecchio e dal nuovo. Compaiono infatti ‘This Side of Fate‘, sulla cui resa live, aldilà dell’esecuzione eccellente, ho alcuni dubbi, e ‘Show Me a Leader‘, uno dei cardini di ‘The Last Hero‘ che però è costretta a cedere a ‘My Champion’ lo scettro della regina dei live. Chiude, dopo una stringata sfida di assoli, ‘Rise Today‘, un classico il cui testo si concilia perfettamente con lo spirito riformatore di ‘The Last Hero‘.

Che dire, un grande show di buona musica senza tanti fronzoli. Qualità da vendere con emozioni al seguito. Ottima performance di Kennedy, che cede qualcosa solo sulle note più sostenute, così come per Tremonti, praticamente una roccia sia sul vocale che sul ritmico. Forse perché neofita dei concerti degli ALTER BRIDGE, ho trovato interessante l’atteggiamento del compositore principale del gruppo (Tremonti appunto) il quale non è affatto invasivo sul palco, ma si muove lasciando a Myles tantissimo spazio per esprimersi: grande umiltà per un re del metal. In definitiva, pollici bene bene in alto per il quartetto statunitense.