Il 21 novembre 2016 vede finalmente il tanto atteso ritorno nel nostro paese degli Amon Amarth, col tour del loro nuovo album “Jomsviking”, all’Alcatraz di Milano, supportati da Grand Magus e nientemeno che Testament. Il tempo freddo e piovoso non ha per nulla scoraggiato i fan più accaniti (tra cui la sottoscritta) che sin dalle primissime ore della giornata hanno atteso le band in fila fuori dal locale, riuscendo anche a strappare ad alcuni di loro foto ed autografi.

All’apertura siamo accolti da un imponente vichingo armato che passeggiava in fondo alla sala e noto subito che del palco allestito se ne vede solo una piccola parte frontale, il che mi fa ben sperare che dietro ci sia l’ormai famosa scenografia con il drakkar, ma di quello parleremo a tempo debito. Subito salgono sul palco i Grand Magus, band che purtroppo non conoscevo ma che mi ha fatto davvero piacere ascoltare per la prima volta live. Poche canzoni per loro, ma con dei suoni davvero ottimi se non forse i migliori della serata che inizia decisamente bene.

Una volta liberato il palco, iniziano subito i preparativi per i Testament, che iniziano poco dopo aprendo con la title track del loro nuovo album, “Brotherhood Of The Snake”, ed il pubblico inizia a scatenarsi. I loro brani si susseguono ad un ritmo molto serrato, passando da brani nuovi come The Pale King e Stronghold ai vecchi e ben conosciuti classici tra cui Into The Pit, Dark Roots Of Earth e Over The Wall. Peccato per le ristrette dimensioni della parte del palco utilizzata, che hanno costretto i membri della band a rimanere un po’ più statici di quanto forse avrebbero voluto; nonostante ciò abbiamo visto davvero una bellissima esibizione con un Chuck Billy davvero energico. Inaspettato Steve Di Giorgio che a fine show ha lanciato tra il pubblico delle buste autografate con alcune delle sue corde.

Salutiamo quindi anche i Testament e ci prepariamo all’attesa per gli Amon Amarth, attesa non proprio breve ma che finalmente fa calare i teloni che dividevano la parte posteriore del palco. Ed eccola là, la loro scenografia. No, purtroppo per noi niente drakkar (decisamente troppo alta ed ingombrante, credo, per le dimensioni del locale) ma al suo posto un enorme elmo vichingo con corna altrettanto grandi e due scalinate laterali che portano alla batteria montata proprio al di sopra. Finalmente le luci si abbassano, i tanto attesi vichinghi svedesi fanno il loro ingresso sul palco attaccando col grande classico The Pursuit Of Vikings, e qui finalmente il pubblico può esplodere. La prima parte di concerto è un susseguirsi incalzante di brani sia nuovi, tra cui First Kill, At Dawn’s First Light e On A Sea Of Blood, che più vecchi, ma che sono ormai pietre miliari della band come Destroyer Of The Universe e Death In Fire. Ed ecco che il vichingo visto all’ingresso torna sul palco con un altro suo compare, inscenando un combattimento durante The Way Of Vikings o sventolando lance con stendardi sulle scalinate della scenografia. Il pogo è davvero incessante e scatenato ed a tratti i cori del pubblico quasi superano la voce di Johan. Finalmente un piccolo e credo ben accetto momento di pausa con One Thousand Burning Arrows (soprattutto da chi come me era in prima fila e stava letteralmente spaccandosi le costole contro la transenna) in cui ritroviamo i nostri due vichinghi di cui sopra mentre sfoderano arco e frecce. Ma, si sa, la calma non è certo propria dei concerti degli Amon Amarth e subito si riparte con Father Of The Wolf, con uno scheletrico Loki che si aggira per il palco. Un altro paio di brani ed arriviamo purtroppo all’ultima parte del concerto. La band esce e ritorna in scena con i tanto amati corni, e sappiamo tutti che è il momento per Raise Your Horns. Le ultime due canzoni sono forse le due più conosciute anche da chi non segue la band in modo molto appassionato. Dopo Guardians of Asgaard la band esce di scena e… sorpresa sorpresa! Dal retro della scenografia di alza un grosso Jörmundgandr gonfiabile: il Ragnarök è arrivato e l’ora degli déi è giunta, con Twilight Of The Thunder God dove Johan Hegg sfoggia l’immancabile Mjöllnir con cui si diverte anche a prendere a martellate il serpentone.

Ebbene, siamo purtroppo arrivati alla fine di un concerto a mio parere fenomenale, con ottime performance di Grand Magus e Testament e con Amon Amarth potenti e brutali come sempre ma che sanno aggiungere ogni volta quel “qualcosa” in più, come può essere ad esempio la scenografia in questo particolare caso, che non appena finito il tutto ne fa già sentire la mancanza.