È una sera nuvolosa e fredda, tipica di fine gennaio, quella che fa da sfondo al live degli Architects, aperto da Polaris e Beartooth, all’Alcatraz di Milano. Arriviamo verso l’orario di apertura delle porte, avvenuta alle 19, e nella coda lunga quasi metà perimetro dell’isolato serpeggia il nervosismo: l’organizzazione aveva annunciato poche ore prima che l’esibizione sarebbe iniziata alle con venti minuti di anticipo sulla tabella di marcia, lasciando solo mezz’ora di tempo tra l’apertura del locale al pubblico e l’inizio dei Polaris. Il risultato è stato che moltissime persone hanno potuto sentire la band australiana dalla strada tra i venditori ambulanti e il traffico, entrando a concerto iniziato, o peggio, quando il palco veniva preparato per i Beartooth. Unica nota positiva è che non ha piovuto né sulla coda né finito il concerto, il che avrebbe reso la situazione ancora più seccante e la polmonite una prospettiva più probabile.

Siamo quindi tra quelli che hanno superato i cancelli e le perquisizioni con il metal detector e hanno avuto la fortuna di vedere il finale dell’esibizione dei Polaris. La folla davanti il palco era limitata rispetto a quando sono entrati tutti, e questo è stato un peccato per un gruppo che avrebbe meritato di più e che forse adesso avrà un’idea sbagliata del seguito italiano effettivo. Dal poco che si è visto, hanno eseguito “Lucid” per ultima e dall’esecuzione e dalla presenza scenica il rammarico di non essere riusciti a vederli non ha fatto che aumentare il risentimento per la pessima organizzazione.

Usciti di scena i cinque di Sydney, passano venti minuti di preparazione del palco e un breve sound check degli strumenti, e iniziano i Beartooth. Ormai la maggior parte degli spettatori è entrata e la gente comincia ad accalcarsi nello spazio tra il palco e il quadrato del fonico. L’atmosfera si scalda e si fa più allegra, la platea si anima con circle pit, pogo scatenato e wall of death, anche grazie alla presenza scenica del gruppo americano, soprattutto di Caleb Shomo: camicia sbottonata a mezzo petto e la peluria che usciva in stile anni ’70, una schiena robusta nel suo headbending laterale ed esagerato e profusi ringraziamenti al pubblico in estasi, soprattutto con pezzi come “In Between“, “Bad Listener” e “Disease“. Notevole anche l’assolo di batteria di Connor Denis che ha tenuto caldo il pubblico durante la pausa verso il finale prima dell’ultimo paio di pezzi, dando prova di una buona tecnica. Anche per loro l’interazione con il pubblico non è stata lasciata in secondo piano, ringraziando i veterani di loro concerti precedenti e dando il benvenuto a quelli che li vedevano per la prima volta. Finiti i tre quarti d’ora salutano e abbandonano il palco, lasciando i tecnici a smontare l’attrezzatura con tanto di felpa “Beartooth crew”, mentre quelli degli Architects preparavano gli strumenti per gli headliner. In quella mezz’ora di pausa la gente ha cominciato ad ammassarsi in platea, osservando i tecnici che montavano gli ultimi fari laterali, cantando le canzoni di, tra gli altri, AC/DC, Pantera, Rage Against the Machine e Linkin Park.

POLARIS

Finalmente, entrano gli inglesi Architects e parte lo spettacolo di luci con fari posizionati ai lati, sopra il palco e al bordo dello stesso e puntati verso l’altro, cannoni di fumo ma soprattutto la musica, che fosse “Hereafter“, “Death Is Not Defeat” o pezzi di album più vecchi come “Gravedigger“; notevole il muro di suono, potentissimo ma senza stordire o far fischiare in maniera fastidiosa le orecchie dopo. Lo show è durato un’ora e mezza come da programma, senza cali di prestazione, nemmeno nella voce, potente e precisa al primo all’ultimo minuto. Anche loro hanno voluto sentire il pubblico, che rispondeva entusiasta nel cantare pezzi come “Doomsday” creando un’atmosfera da pelle d’oca nonostante cominciasse a fare un caldo umido tale da creare una condensa in platea tra gente sudata che saltava, spintonava correndo in tondo, moshava, sollevava persone spingendole in avanti e pogava con gomiti a livello collo. Hanno chiesto anche loro chi li vedesse per la prima volta, ringraziandoli calorosamente; poi, alla fine, con tutto il pubblico al settimo cielo, hanno fatto il bis.

L’ultima canzone è stata la già citata “Doomsday“, e il riff iniziale è arrivato con un boato da parte della platea e qualche quintale di coriandoli scuri sparati verso il pubblico che ha cantato a squarciagola assieme a Sam Carter. L’aria è ormai irrespirabile quando gli Architects lasciano la scena dopo il canonico lancio di bacchette e plettri al pubblico, la gente esce in maniera composta e rilassata dal locale rituffandosi sulla strada con uno sbalzo di almeno 30 gradi, tra macchine e venditori ambulanti con souvenir, maglie e poster.

Setlist:

Death Is Not Defeat
Modern Misery
Nihilist
Modern Cross
Holy Hell
Royal Beggars
Gravedigger
Mortal After All
Downfall
Naysayer
These Colours Don’t Run
A Match Made in Heaven
Hereafter
A Wasted Hymn
Memento Mori

Gone with the Wind
Doomsday