Il BATTLEFIELD METAL FEST, quest’anno alla sua prima edizione, è un festival che ha tutte le carte in regola per diventare uno degli eventi estivi più quotati in Italia tra i fan del metallo e in particolare sul fronte Folk Metal e Power Metal. Cinque band assolutamente azzeccate per questo evento, due delle quali rivestono un ruolo di un’ importanza storica decisamente rilevante sul fronte Power tedesco di vecchia scuola e hanno sicuramente lasciato un segno indelebile su tutti i presenti in questa calda giornata soleggiata sotto il palco dell’Ippodromo di San Siro. Nonostante il disagio di alcuni presenti per via di un regolamento abbastanza rigido (dettato dalle nuove leggi) e messo in evidenza anche dalla presenza di diverse pattuglie di polizia e carabinieri davanti agli ingressi e dai numerosi controlli interni prima di accedere all’enorme palco dell’Ippodromo, i vari concerti sono stati esplosivi e coinvolgenti sul piano musicale e dello show.

I FIREWIND, band greca guidata dall’ex chitarrista di Ozzy Osbourne Gus G., aprono le danze alle ore 15.00 e vengono accolti subito con un gran boato da un pubblico che conta all’incirca un migliaio di persone, ma che successivamente aumenterà. La band porta una buon ventata di aria fresca aprendo gli show con due brani estratti dall’ultimo disco “Immortals“, “Ode To Leonidas” e “We Defy“, con un livello di potenza della chitarra di Gus G. abbastanza elevato, che alterna linee melodiche a riff esplosivi che si intrecciano con l’ottimo lavoro alla tastiera di Bob Katsionis, ancora più evidenti nella variopinta e melodica “The Fire and The Fury“. Ottima esibizione anche per il frontman Henning Basse, con linee vocali imponenti con cui riesce a coinvolgere bene i presenti nello splendido brano di “Mercenary Man“, dai tratti Power melodici. Dopo otto brani è tempo di lasciare il palco ai GRAVE DIGGER, ma come gruppo di apertura non potevamo chiedere di meglio.

Alle 16:10 salgono sul palco i leggendari GRAVE DIGGER, e chi scrive storce un pò il naso in quanto un gruppo di questo calibro meriterebbe molto di più che essere relegato a secondo in scaletta anzichè co-headliner come avrebbe meritato, ma passiamo a parlare dello show. I tedeschi sono capitanati dal talentuoso frontman Chris Bothlendal, dalla voce ruvida e potente e in veste da rocker man di vecchia scuola con lo smanicato di jeans e pantaloni a strisce bianco e nere, insieme al chitarrista Axel “Ironfinger” Ritt dall’abbigliamento barbarico, il tastierista Marcus Kniep, mascherato nelle vesti del Reaper, il bassista Jens Becker e la portentosa macchina del tempo di Stefan Arnold alla batteria. Avviano il concerto con intro e la titletrack del nuovo album “Healed by Metal” , forse non uno dei migliori pezzi, ma che ha coinvolto subito il pubblico specialmente sul ritornello. Le voci dei presenti salgono ancora di più con la successiva “Lawbreaker” e i pezzi successivi che spaziano all’interno della vasta discografia degli Scavafosse tedeschi. Si passa alla storica “Witch Hunter“, dal secondo album risalente al lontano 1985, ed a “Killing Time“, dal concept “Tunes of War” dove Chris esorta il pubblico con un potente coro diverse volte. Si prosegue con “Ballads of a Hangman” dove i cori del pubblico si fanno sempre più forti e “The Dark Of The Sun” dove tutti, compreso il sottoscritto, cantano insieme il chorus. È la volta di “Excalibur“, altro grande brano che fa parte della trilogia medievale (con un momento di comicità dove Chris rischia di cadere dal palco), e altri brani che scatenano il pogo tra i fan. Il momento di più alto spessore arriva però con l’arpeggio introduttivo riconoscibile di “Rebellion“, durante la quale il frontman fa ormai liberamente cantare tutti i fan, e la conclusiva “Heavy Metal Breakdown“, tratta dall’album di esordio della band. Uno show davvero esplosivo e coinvolgente e il pubblico non può far altro che ringraziare intonando il grido “Olè olè olè Digger! Digger!

Passiamo all’esibizione dei TURISAS, che non sono stati di certo accompagnati dalla fortuna in questi ultimi giorni pre-live e hanno lanciato un messaggio rivolto a tutti i fan in cui han chiesto aiuto e supporto a causa di un infortunio capitato al loro bassista Jesper Anastasiadis che li ha costretti a richiamare l’ex Jukka-Pekka Miettinen nella line-up senza poter fare neanche delle prove. Come se non bastasse, ci si mette anche Airberlin che smarrisce in Germania tutta la strumentazione, bagagli e costumi per la scenografia della band, costringendo gli sventurati a chiedere in prestito gli strumenti dei connazionali ENSIFERUM e farsi aiutare dai fan chiedendo del face paint rosso e nero. Dulcis in fundo, il ritardo del violinista Olli Vanka che è stato costretto a tornare in Finlandia per ulteriori problemi e prendere il volo successivo che lo avrebbe fatto arrivare a destinazione solo a show iniziato. In pratica non proprio il giorno fortunato per i folker finlandesi. Nonostante tutte queste disavventure, ammetto di aver apprezzato il loro show e non avendoli mai visti prima di allora mi hanno stupito abbastanza con il loro Folk Metal caratterizzato da grande teatralità e presenza scenica che qui, purtroppo, per i motivi citati, non sarà stata come ci si aspettava: dobbiamo tuttavia apprezzare la grinta e la volontà di proseguire per non deludere i fan. Per la setlist hanno deciso di optare interamente per l’esecuzione dei brani di “The Varangian Way“, senza estrapolare nulla da altri album, e gli applausi ed elogi per il coraggio dimostrato sono del tutto meritati.

È il turno dei connazionali dei TURISAS, gli ENSIFERUM, formati da Markus Toivonen (chitarra e voce pulita), Petri Lindroos (chitarra e voce growl), Sami Hinkka (basso e voce pulita), Janne Parviainen (batteria) e la new entry ex Turisas Netta Skog (fisarmonica e cori), la cui immagine sorridente e soave viene subito apprezzata anche in maniera abbastanza esplicita da alcuni fan. Fin dai primi pezzi, tra cui “From Afar” , “Token Of Time” e “Warrior Without a War“, il pubblico si scatena con un pogo incessante e violento, ma ad essere sincero qualcosa non mi convince sul sound perché le chitarre oscurano troppo la fisarmonica, quasi non percepibile. Durante l’esecuzione di “One More Magic Potion” si alza il backdrop con l’insegna della band (gli unici ad averne usufruito insieme ai FIREWIND). Il concerto prosegue con i presenti, ora numerosi che saltano e fanno headbanging sui vari pezzi e che mettono in atto un wall of death durante l’esecuzione di “Heaten Horde“, e con la fisarmonicista Netta Skog che si diverte a suonare anche da sola facendo divertire i fan prima di aprire la potente”In My Sword I Trust“. Sul finale il pubblico acclama un’attesissima “Victory Song“, il pezzo a mio avviso più rappresentativo della band, intonando l’intro, ma inaspettatamente non era prevista in scaletta (un vero peccato!) Concludono invece un divertente live con “Lai Lai Hei” per lasciare il palco ai leggendari Bardi di Krefeld.

Giungiamo quindi agli headliner di questa fantastica prima edizione del BATTLEFIELD METALFEST, i BLIND GUARDIAN, che naturalmente hanno dimostrato di essere una spanna al di sopra di tutti con due ore di concerto caratterizzato da epicità, grande tecnica esecutiva dei brani e perfetto rapporto con il pubblico. Aprono il concerto con quattro brani sparsi nella vasta discografia come “The Ninth Wave“, “Welcome to Dying” cantata insieme al caloroso pubblico, la splendida “Nightfall“, grazie alla quale il sottoscritto è rimasto senza voce, e “Fly“. Dopo questo iniziale riscaldamento i sei musicisti escono dietro le quinte, inizia a farsi buio e si accendono le luci del palco: attaccano l’intro di “Imaginations From The Other Side” tra le grida dei presenti, primo monumentale brano dell’intera esecuzione dell’ omonimo full-lenght del 1995. Si passa alla serie di brani memorabili che rappresentano il simbolo dei momenti più alti dell’intera carriera dei Bardi di Krefeld come “I’m Alive“, “A Past and Future Secret” interamente eseguita come brano acustico, “The Script of my Requiem“, il cui celebre ritornello non poteva non essere cantato dalla folla grazie anche ad un Hansi Kursch veramente in forma e coinvolgente sia come prestazione vocale, sia per la simpatia suscitata ai presenti, e alla perfezione esecutiva del maestro alla chitarra Andrè Olbrich. Momento ancora di gran coinvolgimento con “Mordred’s Song“, una delle preferite del sottoscritto per la prestazione epica di Hansi, e si prosegue ancora con “Born In a Mourning Hall” , “Bright Eyes“, “Another Holy War“, fino a concludere la prima parte del concerto con “And The Story Ends“, l’ultimo dei brani dello storico album. I Bardi spariscono ancora momentaneamente dietro le quinte per poi essere chiamati a gran voce dal pubblico per eseguire un’altra serie di pezzi tra i più caratteristici come “Sacred Worlds” e “Valhalla“, che scatena la folla in un immenso coro, “The Bard’s Song-In The Forest“, altro bellissimo brano in acustico che è stato cantato proprio da tutti, la maestosa “Mirror, Mirror” e dulcis in fundo la monumentale “Majesty“, il primo brano del primissimo”Battalions of Fear” del 1988 che non poteva certo mancare, sempre accompagnata dai cori dei fan. Prestazione monumentale ed epica dove i complimenti a tutte le band e in particolare agli Scavafosse e al Guardiano Cieco sono del tutto meritati!