Eccoci alla tappa italiana del Sumerian Alliance Tour, presso il Legend Club di Milano dove, cercando di non farci ammazzare nel pogo, ascoltiamo delle band che hanno fatto del ritmo e della tecnica i loro cavalli di battaglia: stiamo parlando di Born Of Osiris, Veil Of Maya, Volumes e Black Crown Initiate. Il locale è piccolo e gli avventori tanti, due ingredienti per una serata esplosiva.

Ad aprire le danze sono i Black Crow Initiate, band dove milita nientepopodimeno che Wes Hauch (ex The Faceless). Iniziano precisi come orologi alle 20.00, anche se la venue è ancora semivuota. I pochi avventori non hanno paura di stare sotto al palco, ma non sembrano interessati alla vena più progressive che caratterizza la band. I musicisti stessi si rivelano freddi e poco espressivi nell’esecuzione, sembrano quasi timidi ad eccezione di Wes (chitarra): lui le occhiatacce non le risparmia a nessuno.

Ecco presentarsi vestiti di bianco i Volumes. Il Club si è riempito un po’ di più, e la band capitanata da ben due vocalist fa saltare e moshare gli avventori a colpi di “djent” e rap serrato. A mio parere sono il gruppo che più ha saputo coinvolgere i suoi ascoltatori e di sicuro quei ragazzi si sono guadagnati qualche nuovo fan. A metà setlist c’è una sorpresa: sale sul palco una coppia, lui le chiede di sposarlo. Ovviamente lei risponde “sì” e il locale esplode di gioia per i nuovi fidanzati.

Ora il locale è davvero pieno, approfittiamo del cambio palco per prendere aria. Tirano per le lunghe, sembrano esserci problemi per il chitarrista Marc Okubo: il mitico Wes Hauch si improvvisa tecnico e risolve tutto. Finalmente salgono sul palco i Veil Of Maya: tecnica da vendere e ottime canzoni, mai noiose, il costante sorriso del bassista Dan Hauser le fa sembrare anche facili da suonare. Peccano però dal punto di vista del coinvolgimento del pubblico: la gente che poga e salta non manca di certo, ma si può notare una freddezza di fondo nei loro fan meno accaniti.

Finalmente è il turno degli headliner della serata, i paladini del genere proposto in questo evento: i Born Of Osiris. Sono grossi e grezzi, delle vere macchine da guerra che non hanno paura di far esplodere il locale a furia di breakdown. Sono davvero impeccabili, forse complice la sovrabbondanza a mio parere di basi con sintetizzatori extra o tracce di chitarra in più per coprire i buchi lasciati dal chitarrista Lee McKinney durante gli assoli. Regalano una setlist completa, che prende brani da tutti i loro dischi. Due canzoni in particolare riscuotono successo: all’urlo di “Bow Down” e “Follow The Signs”, il locale trema per l’energia sprigionata dalla band e dai suoi fan.

Siamo stanchi ma felici, e le orecchie stranamente non invocano pietà. Una piccola nota per gli autori del pogo che leggeranno questo report: ricordatevi che siete ad un concerto, non ad un saggio di Taekwondo.

A questo link troverete la photogallery a cura di Alberto Olivi.