In questo ottobre dal clima confuso la Bagana Rock Agency ed il Circolo Magnolia hanno le idee ben chiare: ed ecco che quindi ci hanno dato un live all’insegna dell’alternative/progressive/fatto come si deve per la miseria metal.
Perché se ancora c’è chi è convinto che il metal sia solo nebbia e growl, brutali rullate e riff frullati da chitarre che ti scuoiano e che serva solo a scapocciare ed ammazzarsi nei wall of death, fosse venuto venerdì 28 Ottobre al Magnolia avrebbe aperto un bel po’ gli occhi e spalancato le ganasce. Perché lo dovete capire, che il metal non è solo ignoranza ed oltretomba.

Il running order ha visto all’apertura i giovani Altantic Tides, seguiti dai bretoni ed imperiosi Vodun per chiudere con il piatto forte della serata: i Destrage.

Entriamo un poco più tardi e più infreddoliti del previsto a causa di cancelli chiusi fino all’ultimo ed una fila bella lunga per le casse, perciò dei milanesi Atlantic Tides c’è stata l’opportunità di sentire solo gli ultimi 2 pezzi ed un toc.
Sono sulla scena da diversi anni e si vede: questa melodic/alternative band ha personalità, tengono bene il palco con ordinata esperienza (difatti hanno avuto modo di aprire diversi concerti su e giù per il Paese).
Ottima e sentita la performance vocale, piacevole per chi cerca qualcosa che sia un melassa-rock leggero e poco impegnato. Melanconici e lineari, trovo onestamente che non ci azzecchino molto con le altre due band della serata per il semplice fatto che scorrono via senza attirare molto l’attenzione.

Mezz’oretta di pausa nella quale si saluta tutti per poi prender posto per i VŌDŪN.
Trio londinese crossover orientabili nello psychedelic/stoner metal che sorprende sotto tutti gli aspetti.
Tanto per cominciare sono in tre. Voce, chitarra e batteria, nell’ordine Oga, Marassa ed Ogoun. Tre. Fine.
Sono in tre e, gente, non manca loro nulla.
Poi, il genere. “Vario” è un genere? Passano dallo psych all’afro al voodoo rock con spolverate di soul anche e soprattutto grazie alla magistralmente primordiale voce di Oga che prende note piene, ricche ed estese con potenza alternata a delicatezza senza perdere un colpo. Coinvolgono e spaziano andando davvero dove gli pare senza annoiare o suonare artificiosi nemmeno per un attimo.
Non molto conosciuti eppure riescono ad aver presa sul pubblico con quella batteria rapidissima e pestata quasi le avesse fatto un torto, i cambi di tempo sono repentini ma sempre ben piazzati.
Sul palco danno davvero tutto, ci mettono l’anima e pure quella degli antenati, per il termine dell’esibizione rasentano lo stato liquido da quanta ne hanno data.
Finiscono la performance costellata di riff che ci fanno capire quanto siano elastiche ed espandibili le capacità di questa band lasciandoci carichi in attesa degli headliner della serata.

Aria carica di sorrisi e di scansatevi che non respiro, la folla è aumentata esponenzialmente con l’avvicinarsi del momento più atteso: l’attimo in cui i DESTRAGE avrebbero preso possesso del palco.
Parte l’intro della prima canzone della serata nonché primo pezzo dell’omonimo e neonato album: “A Means to No End” fatta apposta per scaldarci e renderci irrequieti come cavalli strafatti alle porte dell’ippodromo. Funziona.
Dopo una manciata di secondi che paiono troppi, ecco salire i ragazzi: Paolo Colavolpe (voce), Gabriel Pignata (basso), Ralph Salati (chitarra), Matteo Di Gioia (chitarra) (ricordati che la penna bellissima che mi hai rotto ti costerà l’anima) ed il giustamente osannato Federico Paulovich (batteria).
Questi scanzonatissimi connazionali sono una di quelle poche band per le quali metterei la mano sul fuoco per quanto riguarda la qualità di quel che riescono a partorire.
A Means to No End è un album differente dai precedenti, questo è poco ma sicuro.
Il crescendo dell’intensità di songwriting di queste folli creature sorprende sempre e non delude mai. Riescono a darci lavori tutti diversi seppur sempre sotto la stessa impronta che li caratterizza
e li rende in grado d’esser apprezzati da un pubblico di vasta gamma.
Dalla voce di Colavolpe, abilissimo e con capacità estensive degne dei più grandi, emerge la peculiare abilità di questa band che riesce ad esser tutto insieme valida, tamarra, prepotentemente di talento ma soprattutto divertente: unire sonorità di diversa influenza in maniera completa eppure assolutamente naturale. Ci propongono il nuovo album praticamente per intero intervallando grandi successi presi dai lavori precedenti (come Purania, Jade’s Place, Panda vs Koala, My Green Neighbour, Are You Kidding me? No. e la dedica alle donne –alla donna- Neverending Mary) che risollevano la platea da qualche attimo di spegnimento e distrazione sul quale loro stessi scherzano aumentando la fiammata di entusiasmo di questa massa in festa per loro e grazie a loro.
La loro ritmica inusuale ed al di fuori dagli schemi tradizionali rende i Destrage una delle punte di diamante che abbiamo avuto la fortuna di veder nascere ed ascendere, si spera, sempre più in alto sino a fare un bel botto nella stratosfera e diffondere a livello mondiale come meritano.
Una bellissima serata al Magnolia, che ci ha scaldati per benino dentro e fuori.

 

A QUESTO LINK LA GALLERIA FOTOGRAFICA DI SAMANTHA G. JONES