Apro il Dissonance 2k17 offerto dalla Versus Music Project e Krampus MGMT con tappa allo Spazio Aurora, sempre a Rozzano, verso le 15. Questo pacchetto pomeridiano speciale è la novità assoluta che quest’anno hanno deciso di aggiungere per dare al ventaglio delle scelte anche la componente grind/hardcore più seriosa. Il luogo è relativamente piccolo con patio e praticello annesso ma assolutamente impietoso per quanto riguarda le temperature. Antro oscuro adattissimo al black metal brutto e cattivo, poco gremito forse a causa di orario e calura, ma nonostante ciò mancava il respiro in maniera allarmante (magari anche a causa della ventilazione assente?). Faccio giusto in tempo a sentire i Thirst Prayer: la band calca la scena di prepotenza come al solito. Decisi e sicuri salgono, fanno il loro lavoro, se ne vanno. Chirurgici. I ragazzi amano gingillarsi nei pezzi strumentali e ce lo ricordano senza annoiare: nell’insieme il loro prodotto è pulito e notevolmente ben studiato, tanto che la band successiva al confronto è stata palesemente glissata da tre quarti del pubblico.

Mi sposto al Dissonance allo Svolta a nemmeno dieci minuti di auto dall’Aurora: arrivo sul posto ore 17.00.
Band on stage: Led by Vajra – 3 stelle e mezzo sulla fiducia/5 (imputabili al fatto d’averli sentiti poco e nulla)

Riesco ad ascoltare giusto l’ultimo pezzo e devo dire d’esser rimasta positivamente impressionata dall’ottima estensione vocale ed accoppiata vincente fra le due voci femminile e maschile, cosa che solitamente va a cozzare per via dei tentativi di prevaricarsi vicendevolmente. Inaspettatamente i due funzionano e funzionano pure bene, anche la band si fa apprezzare in questo brevissimo lasso di tempo con notevole plauso per il basso. Terminano la performance con forse troppa enfasi sul merch ma che dire, bisogna pur pagarsi i live.

Prospective – 3 stelle e mezzo +/5

Rientriamo dopo la pausa con una folla decisamente sparuta e poco partecipe, spenta. Smorzata nonostante i numerosi tentativi del frontman di interagire.
Il primo pezzo non mi entusiasma, è qualcosa di già sentito, già visto. In questo genere di eventi siamo onesti, forse mezza band su cento è assolutamente originale e vi darà riff o leads innovativi e pelle d’oca, ma la partenza dei Prospective lascia proprio a desiderare, noiosi e banali.
Con il secondo pezzo recuperano tutto: non si tramutano certo in pionieri o in elementi pirotecnici ma la qualità del pezzo, la complicità e il tempismo fra i membri va in crescendo tale da coinvolgere la folla che da spenta passa a partecipe ed attenta (che è una bella conquista, dal passare in sordina all’essere seguiti): partono timidi mosh e saltelli fino ad un pit bello spinto ed è stato il primo nella storia live della band, pare! Il coinvolgimento di tutti sale e si mantiene stabile per i due brani successivi e sino alla fine della presenza dei ragazzi sulla scena.

Breath of Nibiru – 4 stelle: penalità per vana vanità

I Breath riempiono a tre quarti la sala già solo per la loro fama, sapevamo di non doverceli perdere.
Partono con quella che sembra una opening infinita di riffs ed arpeggi magistrali quando realizziamo: oggi per i BoN non si canta. Ci deliziano con una strumentale relativamente basale ma efficace, sanno fare il loro mestiere e la svolta tecnica nella qualità e ricchezza del suono viene data dall’ascesa sul palco di Ralph Salati. Il suono è tanto articolato da non far sentire la mancanza della voce ma forse è anche troppo condito. Si perdono in uno sfoggio di virtuosismi che trovo inutile. Sappiamo che sapete pisciare lontano, non serve farlo da lì. Nota di pregio alle pelli: potenza e blast ammirevoli, non passano in secondo piano nonostante la presenza di personaggi di elevata foggia sul palco, cosa non molto facile da ottenere e guadagnare.

The Blackmordia – 1 stella nana nera/5. Per pietà.

Inaudibili. Potrei concludere qui ed avrei detto tutto il necessario, ma questa band di sbarbi sale sul palco a falcate da gigante, sfoggiando esibizionismo e palese arroganza da testoline montate visibile in lontananza. Deludenti nonostante si partisse per loro da aspettative bassissime: non un suono, uno, azzeccato.
Presumibilmente si sono trovati qui per caso, passando dallo scantinato dello zio scapolo di uno di loro al palco perché altrimenti non si spiega come mai l’impressione data è quella di ragazzini abituati a strimpellare sul palco della palestra alla festa di fine anno del liceo dove ognuno dei membri della band suona per conto proprio senza relazionarsi a quello che dovrebbe essere il prodotto degli altri componenti, per ottenere qualcosa di più elevato del singolo. Durante il primo pezzo il pubblico passa da ¾ di sala a forse una decina di persone. Bella doccia fredda per questi pischelli.
Generalmente non faccio caso a come si concino i personaggi che mi pongo ad ascoltare ma stavolta i livelli di intollerabilità erano tali da spingere la mente cercare rifugio in distrazioni: mise da pagliacciata tale per cui anche Jamiroquai in confronto ai tempi d’oro era un tipetto sobrio.
Ragazzi, no. Avete puntato meno alla qualità della musica che all’essere arroganti cosplayers.

Exist Immortal – 4 stelle e mezzo quasi 5/5

Live rendono come minimo il doppio rispetto al disco e questa sì che è una sorpresa piacevole. Scatto netto ed evidente verso l’alto in quanto a qualità per la serata: partono immediatamente carichi, da zero a cento in un millisecondo. Si rivelano completi e poliedrici, dai riff alla complicità fra i membri e la non indifferente capacità di compensarsi ed incastrarsi vicendevolmente. Magari la pecca posso trovarla nelle pelli che sono un po’ poco originali e poco di spicco, fanno molto da parete ma va bene così poiché complessivamente non manca davvero nulla ed il ritmo che trasmettono è incalzante e coinvolgente senza forzare, soprattutto perché i primi ad impegnarsi e divertirsi sono loro e si vede. Il grado di efficienza si mantiene assurdo per tutta la performance: sono partiti dando 100 e gente, hanno continuato dando 100 a livelli quasi epilettici. Sotterrano tute le bands che si sono esibite sino ad ora senza ombra di dubbio, sono impegnatissimi senza un accenno di arroganza. Precisi senza sfociare nell’eccessivamente prevedibile.
Ovazione obbligatoria va al loro fonico che evidentemente ne sa, suonano all’orecchio molto bene ed in maniera estremamente professionale. Ci danno quello per cui siamo venuti qui.
Ma soprattutto lo danno anche a loro stessi.

Lies of Nazca – 4 stelle/5

Nonostante il front man sia nuovo, i Lies ci fanno contenti come sempre: cattivi e tecnici, dediti alla loro causa. Forse troppo. Statici come gioppini del calciobalilla: non si schiodano dal loro posto sul palco nemmeno a pagarli, come fossero attaccati magneticamente lì. L’unico attivo è il cantante ma basta lui per tutti. Chiudono lo show con un nuovo brano molto apprezzato ed apprezzabile, che non si distacca notevolmente dai lavori precedenti e dalle atmosfere gravi che la band sa dipingere.
Una peculiarità assoluta della band sono per me i contrasti e le evidenze: riff febbrili, pelli pestatissime e voci gutturali e growl che richiamano una traversata dello Stige alternate a parti strumentali dalle ritmiche lentissime prese con estrema calma ed attenzione per i particolari.
Forse un’esibizione troppo studiata li distacca dagli altri facendo notare una grande differenza: bravi son bravi ed io apprezzo l’attenzione e la precisione nell’esecuzione, ma resta pur sempre un live. Non un teatro.

Napoleon – 4 stelle e mezzo +/5

Molto ben noti e navigati, sono accolti da un pubblico triplicato e scaldato a dovere sia per via dei i Lies che per l’emozione che si pregusta ad attenderli.
Un nome una garanzia, insomma. Ci salutano con un’ottima partenza: pelli potenti e prepotenti, leads e giri che caricano e ricaricano gli animi; il clean come sempre ben pesato e scream di una violenza vocale tale da far risaltare ancora più piacevolmente i giri armonici all’acqua fresca che fanno un po’ da pausa dai momenti più intensi che di certo con loro non mancano mai.
Il pubblico li ama e li segue, le risposte sono immediate ad ogni incitamento del frontman, i Napoleon sanno come calcare la scena. E lo fanno con qualità.

Oceans Ate Alaska – 4 stelle e mezzo per la simpatia/5

Ingresso tecnico eppure molto attivo e proseguimento altrettanto preciso e dinamico per gli Oceans, che si trovano fra le mani un pubblico caldissimo e sempre più entusiasta.
Strumenti forse troppo alti penalizzano l’ottimo clean degli OaA, sovrastato nelle parti meno spinte. Piccole parentesi rap/fachireggianti rappresentano un bell’intermezzo che non stona affatto in questa scelta peculiare della band che si rivela molto valida ed in grado di sollevare un muro sonoro evidente negli ultimi due pezzi soprattutto, incentrati su riff febbrili e parecchio articolati.
La risposta della folla è eccellente: parte quello che possiamo considerare il primo vero circle pit della serata che accompagna l’uscita al termine di un’esibizione cangiante, caleidoscopica e per nulla banale. Una band che si permette di osare verso un mix diverso, una volta tanto.

Northlane – nonché headliners – nonché gli Dei abbiano pietà di noi anime vili– 5 stelle/5

I Northlane si fanno attendere un poco più del dovuto, tanto che il frontman si sente in dovere di salire sul palco ed intrattenerci facendo ampio sfoggio della sua profonda e nobile, aulica conoscenza della lingua italiana che riassumendo sarà: “Buonaserra, 1 2 3 4 5 e 6 esci le minne bastarrrrdo”.
Un frutto della commistione fra SuperMario ed un suo soggiorno in una pizzeria Napoletana, visto l’accento. Ma tutto fa goliardia e le bestemmie in risposta da parte della folla spiegano il linguaggio.
Iniziano facendomi felice come non mai questa sera: slap e djent dalle corde dei loro strumenti alle corde dei nostri cuori. Suono industriale e vigoroso, non perdono un colpo ma soprattutto non perdono tempo.
Incalzano e trascinano senza che ce ne si accorga nonostante qualche piccola parte ripetitiva: infatti prendono mano sul pubblico che li ama, li adora, li osanna. La folla riconosce i brani dalle intro, li canta, segue fisicamente e non solo il frontman con il suo scream bello incazzato e rauco, intenso alternato ad un clean valido seppur non esageratamente splendido. I cori si sprecano.
La performance è tanto pregevole che qualunque termine è vano: il sound complessivo è ricco, articolato senza eccedere, mai borioso eppure estremamente preciso. Le pelli non perdono una battuta, incalzano un ritmo sulla base del quale si articolano ed avviluppano le note delle corde.
Si rivelano sorprendentemente umili con il pubblico, danno tutto ciò che possono fino al massimo.

Concludo questa quarta edizione del Dissonance accompagnata da un pensiero: alla gente piace ricevere quello che si aspetta, nelle dosi attese.
Le risse, il caldo soffocante, i metalcorini puzzolenti sudatissimi che moshano male e si tirano pugni per errore, il caldo soffocante, le emozioni forti e quelle mediocri, il caldo. Le bands da scoprire e quelle che si riconfermano.
Le bands migliori della serata sono state di Serie A, eppure non sopraffine, di valore non nell’eccellenza assoluta (ma de gustibus).
Quei brani che ci coinvolgono di più alla fine sono cose bene o male già familiari. Ma è per questo che funziona.
Ed i ragazzi della Versus sanno darci esattamente quello che ci aspettiamo che è altresì esattamente quello che cerchiamo. Ad una loro serata puoi anche andarci sulla fiducia perché, se il genere che propongono piace, non si rimarrà delusi.