Un’altra serata, questa volta all’insegna del lato più melodico del Metal, nella provincia pavese, grazie alla presenza di quattro band di un certo spessore capitanate dagli headliner Evergrey.

Giunto sul posto mi accorgo fin da subito del poco afflusso di persone all’interno del locale. Ma ciò non scoraggia i musicisti e lo sparuto numero di spettatori presenti: mi avvicino al palcoscenico e noto con una certa meraviglia un innumerevole serie di attrezzi di scena e strumenti musicali, che occupano gran parte dello spazio e lasciandone poco per la prima band in scaletta, i Crossing Eternity. Una band emergente che vede tra le sue fila membri provenienti dalla Romania e dalla Svezia. Un miscuglio che ha portato buoni frutti, a detta del sottoscritto. In attività dal 2017, hanno finora prodotto un solo album uscito l’anno scorso, “The Rising World”. Al microfono abbiamo Gabriel Nicholas, che sfoggia un registro vocale pari a quello del compianto David Byron. Per quanto riguarda gli strumentisti abbiamo alla sei corde Manu Savu, al basso Johann Hentz e dietro le pelli Uffe Tilman, il vichingo per eccellenza dai lunghi capelli. La loro scaletta prevede un numero esiguo di pezzi, che mettono però subito in mostra il sound proposto dalla band, un Heavy Old School con sprazzi di Power teutonico alla Helloween.
Le prime due canzoni, “Kingdom Come” e “High Above the Crown“, non sono eccezionali, vista la loro eccessiva componente melodica, ma dalla terza in poi schiacciano il piede sull’acceleratore e dimostrano di avere gli attributi: durante i brani inizia ad essere predominante il doppio pedale e le chitarre si fanno più graffianti. Chiudono la loro breve esibizione con “Ghost of the Storm“, e qui Nicholas dà tutto sé stesso. Come ciliegina sulla torta ci regala sul finale un potente acuto, talmente potente da coprire persino la chitarra!

Setlist:
1. Kingdom Come
2. High Above the Crown
3. Winter Poem
4. Sand in the Sky
5. Ghost of the Storm

CROSSING ETERNITY

E qui si fa sul serio, miei cari lettori! La folla incomincia a farsi più numerosa e tutti attendono con ansia i conterranei  Genus Ordinis Dei: tre ragazzi di Cremona che propongono un Symphonic Death violentissimo alla Septicflesh con un tocco di epicità alla Stormlord. Non passano di certo inosservati agli occhi (o per meglio dire alle orecchie) di tutti i fruitori della buona musica grazie alla loro ultima release “Great Olden Dynasty”, che vede anche la partecipazione di Cristina Scabbia su “Salem“.
Ma torniamo al concerto… Le luci incominciano a farsi fievoli e all’improvviso esplodono in un color rosso sangue accompagnate da un’intro orchestrale battagliera. Quattro figure misteriose coperte da cappucci decidono di salire sul palco, allestito per l’occasione con dei curiosi simil-gong che richiamano le immagini dell’album. Pian piano mostrano i loro volti al pubblico: al centro si erge un gigante. Un Peter Steele del Death Metal che risponde al nome di Niccolò Cadregari, alias Nick K.
Parte il primo pezzo, “You Die in Roma“, e lì scatena tutta la sua furia con dei possenti growl e riff violentissimi, lasciando tutti quasi senza fiato. Anche loro sfoggiano una scaletta con pochi pezzi, ma che rimangono subito impressi in mente. Riff di chitarra granitici ad opera di Cadregari e Tommaso Monticelli accompagnati da un basso corposo di Steven F. Olda e da una batteria suonata al fulmicotone da Richard Meiz. Le basi, purtroppo registrate, sono la chiave e il punto di forza che differenzia questa band da molte altre presenti nel panorama musicale. È come sentire dei Manowar in chiave Death. Ed è proprio dei Manowar che propongono la cover “Hail and Kill“, dedicandola ad un ragazzo venuto a mancare recentemente.
Concludono il loro show con “Red Snake” e “Roots and Idols of Cement“, quest’ultima in chiave puramente Death Old School. Soddisfatti dell’esibizione si concedono a tutti noi spettatori per la consueta foto di gruppo.

Setlist:
1. You Die in Roma
2. Embracing the Earth
3. Halls of Human Delights
4. Hail and Kill (Manowar cover)
5. Red Snake
6. Roots and Idols of Cement

GENUS ORDINIS DEI

E continuiamo con il lato più estremo della serata con i finlandesi Bloodred Hourglass. Il loro è un Death Metal di chiaro stampo melodico con dei rimandi ad un grezzo Thrash Metal americano. Alle chitarre abbiamo Antti Nenonen e Lauri Silvonen, il maestro per eccellenza dei riff melodici. In tutto e per tutto un James Hetfield delle foreste finlandesi!
A dar voce alla band abbiamo un ispirato Jarkko Koukonen che sfodera con nonchalance deliranti growl e accenni di un acido scream, come il suo conterraneo Mikko Kotamäki.
Tra i pezzi della loro scaletta vanno maggiormente osannati la vichinga “Valkyrie“, “The Last of Us” e “Castle Ashtray“. Non mancano anche i momenti di innocenti risate con Jarkko, che sfodera con non poca fatica termini “forbiti” della lingua italiana, ricevendo da tutti noi degli applausi. Dopodiché, salutano tutti noi con “Where the Sinners Crawl“, lasciando poi il palco ai tanto attesi headliner.

Setlist:
1. Quiet Complant
2. Six Feet Savior
3. Valkyrie
4. We Form the Broken
5. The Last of Us
6. Castle Ashtray
7. Where the Sinners Crawl

BLOODRED HOURGLASS

E siamo infine giunti al punto! Il motivo per cui eravamo tutti presenti lì quella sera.
Su di un lento intro di piano, arrivano i musicisti sulla scena, accolti con dei fragorosi applausi del pubblico. Ultimo, ma non meno importante arriva il frontman dai lunghi capelli nero corvino, l’imponente Tom Englund. Con la sua chitarra dà il via ad una delle canzoni più ascoltate nell’anno attuale, “A Silent Arc“, presente sul nuovo full-length “The Atlantic”, che porta una ventata di aria fresca. Coi suoi otto minuti, dimostra fin da subito il sound proposto dalla band, un Power/Progressive dalle atmosfere malinconiche e al contempo aggressive, due elementi già usati in casa Evergrey, ricevendo il consenso di molti fruitori. Questi due elementi fusi assieme rendono la band unica nel suo genere. Proseguono con il singolo “Weightless“, dove vanno ad aggiungersi delle tastiere Prog moderne ad opera di Rikard Zander.
Salto di tre anni nel passato, con due pezzi tratti da ” The Storm Within“, la melanconica “Distance” e “Passing Through“, che richiama atmosfere dal sapore fantascientifico. Da qui in poi ripropongono classici come “The Fire“, “Leave it Behind Us” e “My Allied Ocean“, per poi tornare al presente con ” All I Have“, dal suo lento incedere minaccioso di chitarre e basso.
Ancora altri due cavalli di battaglia della band ed infine il momento che tanto aspettavamo! Uno sfoggio Prog sfacciatamente tecnico di Zander e di un ispirato Henrik Danhage, che con i suoi riff di chitarra richiama alla mente le sonorità dei Pink Floyd.
Altri due pezzi ancora, “A Touch of Blessing“, tratto da “The Inner Circle” del 2004 e “King of Errors“, prima di congedarsi dal pubblico soddisfatto dell’esibizione.

Setlist:
1. A Silent Arc
2. Weightless
3. Distance
4. Passing Through
5. The Fire
6. Leave it Behind Us
7. My Allied Ocean
8. All I Have
9. The Grand Collapse
10. Recreation Day
11. Keyboard – Guitar Solo
12. A Touch of Blessing
13. King of Errors

EVERGREY