Il Viper Room di Vienna è un locale piccolo del centro, con un baretto nel piano interrato e la sala concerti ancora più sotto. Ora il bar è chiuso, dovendo ospitare il backstage di un concerto di un certo livello che vede i Gaahls Wyrd supportati da Tribulatione e Uada.
Mi è possibile ordinare una birra a pochi metri dal palco. Un centinaio di persone, non di più. Il sold out era prevedibile.

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Arrivo che stanno suonando gli Idle Hands, band d’apertura del Northern Ghosts Tour 2019… vengono da Portland, Oregon, sound anni ’80, ma sinceramente mi annoiano. Gli austriaci curiosi sono sempre disponibili a dare un’occhiata, ma non convincono.

Invece già per gli Uada il pubblico comincia a spingere in avanti. Un paio di Fan con la “f” maiuscola si aggrappano al palco per non mollare la posizione. Fin da subito mimano le sferzate di chitarra di “Natus Eclipsim” e – damn! – sono estremamente precisi.
Stessa provenienza del gruppo precedente, ma un altro livello. Avevo avuto il piacere di vederli la prima volta live al 22esimo Brutal Assault, nel 2017. Vuoi la loro crudezza d’esecuzione, vuoi l’affascinante location dal riverbero incredibile – il palco interno della Fortezza Josefov – beh, non potevo che avere buoni ricordi del gruppo.
Ricordi che si ripristinano nell’esecuzione di “Devoid of Light”. Seguendo la tradizione di lunghi brani grattati e penetranti, gli animi si fanno più caldi. Talmente caldi che, durante l’attacco di “Cult of a Dying Sun”, il cantante si avventa sul microfono, l’asta oscilla spaventosamente, lui tenta di riafferrarla, ma provandoci molla un calcio a una presa di corrente.

Parte la luce. Il buio è totale. Alcuni commenti di comprensione. Non si riuscirà a riattivare il tutto prima del cambio palco previsto. E poi noto che il locale è pieno di fili volanti, in effetti, alla faccia della sicurezza.
Un po’ di delusione, ma dopo la pausa sigaretta di rito per la maggior parte dei convenuti – il Viper è uno dei pochi locali in Austria in cui non si può fumare all’interno, almeno nella zona palco – è già ora di ributtarsi nella mischia.
Alla veloce preparo la macchina fotografica, sulle note di Edith Piaf (!) e, udite udite, di Sopor Aeternus.

UADA

È il turno di un gruppo che mi sorprende, letteralmente. Salgono, uno dopo l’altro, i membri dei Tribulation. Mai visti dal vivo, lo ammetto. Trucco quasi ridicolo, dai… il batterista sembra un bambinetto.
Poi però, il personaggione: Jonathan Hultén.
Nelle vesti di una suora squinternata, il chitarrista volteggia e si dimena, eseguendo pezzi indimenticabili come “The Lament” sulla punta di quelle che sono le scarpe più scomode che abbiano mai calcato un palcoscenico.
Il cantante è sulla falsa riga di quello dei Nifelheim, con uno stile aggressivo e composto al contempo; Adam Zaars (secondo chitarrista), sorride malignamente agli obiettivi dei fotografi mentre varia i ritmi di “Suspiria de Profundis”.
Ultimi volteggi per Jonathan, talmente veloci da chiedersi come fa a non impigliarsi tra le maglie sfrangiate dei pizzi che lo avvolgono. Salta sulle griglie del palco, compiendo vere e proprie “invasioni di campo”, facendo quasi sbattere il suo strumento contro le telecamere ed i telefonini puntati su di lui.

In definitiva, sono loro la vera “rivelazione” della serata. Il pubblico è in visibilio.
“Lacrimosa” conclude in bellezza la loro esibizione, facendo disperdere la massa al suono conclusivo di un melanconico pianoforte.

TRIBULATION

E poi c’è lui. Il re. Uno tra i commenti più belli del web l’ha definito “il Freddie Mercury del Black Metal”, già che siamo in periodo di Oscar: Gaahl. Con i Gaahls Wyrd, ovviamente.
L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Tutti ce lo ricordiamo con in mano il bicchiere di vino e la voce piatta nel dire una sola parola: “Satan”. Chi non se l’è fatta una risata?
Se lo ricordano bene anche gli austriaci, che lo accolgono con urla di… gioia!
Parte come (quasi) sempre con “Steg”, marchio di fabbrica – in verità cover dei suoi stessi Trelldom. Dei Trelldom anche “Til minne”, che precede l’esplosione vera e propria: la tanto attesa “Ghosts Invited“, fresca di realizzazione.
Gaahl sembra quasi scioccato all’udire metà del pubblico cantare i primi versi. Il pezzo ha più successo persino dei tradizionali “Aldrande Tre” e “Carving a Giant”.
Poco dopo, ecco arrivare il secondo problema tecnico. Al chitarrista partono delle corde, corre per ricevere il secondo strumento e… non c’è. Per sette – otto minuti Gaahl si ferma, guardando nel vuoto, vagamente stizzito.
Ma si giunge con vigore a “Prosperity and Beauty”, soddisfacendo tutti.

Eh, la classe non è acqua. Al massimo vino.

GAAHLS WYRD