I Gojira sono una di quelle band che fin troppo spesso finisce in basso nei cartelloni dei grandi festival, a dispetto della qualità indiscutibile delle composizioni del quartetto francese. In uscita con il nuovo album “Magma” e con qualche novità in casa come l’allestimento del Silver Cord Studio, i Nostri si presentano di nuovo in Italia dopo la performance al Sonisphere Festival dello scorso anno: questa volta, dettaglio non da poco, per due date da headliner al chiuso, scelta che si rivelerà azzeccata a dir poco. Per l’occasione, noi di MetalPit abbiamo assistito alla prima di queste due date, tenutasi al New Age di Roncade (TV).
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BLEED SOMEONE DRY

Ci presentiamo sul posto puntuali rispetto alla tabella di marcia resa nota sui social, per trovarci in fila con una trentina di persone già in attesa.
Il locale si riempie poco per volta, con un discreto numero di spettatori al cospetto della band di apertura, i Bleed Someone Dry: un giovane quartetto di Pistoia dedito ad un deathcore piuttosto tecnico e di stampo moderno. La band ci dà dentro, sciorinando la sua buona dose di impegno e sudore, in una performance che però viene quasi annullata da una resa sonora decisamente insufficiente. L’unica chitarra presente è ridotta ad un brusio, i vari pezzi della batteria sono praticamente indistinguibili se non durante i consueti breakdown che il genere impone. Guardandosi intorno, la reazione del pubblico è tiepida ad essere generosi, non tanto per la qualità della musica proposta dai ragazzi, quanto appunto per i suoni che in tutta onestà hanno reso impossibile apprezzare quanto proposto. Diventa quindi difficile e deleterio tentare una valutazione obiettiva della performance (durata poco meno di mezzora, come da programma), per cui diciamo solo che dispiace sinceramente trovarsi in queste situazioni e si spera che questi giovani ragazzi abbiano più fortuna dalla loro parte in futuro, da questo punto di vista.

Setlist:

A Violent Awakening
Damnetur Misericordia
Our Martyrdom
Justice Has Become Utopia
Doom and Gloom
Cycle of Decay
The Sacrifice

GOJIRA

Puntualissimi anche loro, gli headliner della serata si presentano sul palco alle 22 spaccate. A detta del frontman Joe Duplantier, si tratta del primo show al chiuso in territorio italiano ed il gruppo non nasconde il piacere di suonare in un club rispetto ai festival open air.
I quattro musicisti si presentano come di consueto in forma strepitosa, carichissimi fin dall’inizio, partendo dall’apertura con Toxic Garbage Island per poi muoversi ampiamente avanti e indietro nella discografia, con L’Enfant Sauvage e The Heaviest Matter of the Universe, pezzo inamovibile nella scaletta dei Nostri. Nessun brano fallisce nell’intento di fomentare il pubblico, il quale risponde con foga ed entusiasmo, generando anche un circle pit piuttosto importante sulle note dell’ormai classica Flying Whales. Fanno la loro ottima figura anche le due nuove canzoni presentate in anteprima, Silvera e Stranded, con l’audience già pronta a cantarne i testi. A metà concerto si assiste a quello che potrebbe essere l’highlight definitivo della serata, ovvero la riproposizione della monumentale The Art of Dying, cantata con gran trasporto sia dal pubblico che da Duplantier, che si esibisce alla fine del brano in un assolo carico di pathos.

La band è affiatata e si vede, non avendo mai subito un cambio di formazione fin dalla sua fondazione: i vari membri non esitano a sorridere al pubblico, con Christian Andreau che elargisce plettri senza soluzione di continuo e Joe che, a dispetto di un compito piuttosto statico come il suo, mostra una carica ed una presenza scenica davvero invidiabili. I ragazzi scherzano tra di loro, ridono, sono completamente a loro agio in un ambiente così intimo come può essere un piccolo club come il New Age. I suoni adesso sono ottimi, perfettamente distinguibili sia nelle parti più veloci che in quelle più spezzacollo, con le tipiche bordate stridenti di chitarra, marchio di fabbrica della band di Bayonne. L’unica pecca riguarda forse la voce, un po’ in ombra rispetto al resto (la posizione laterale del sottoscritto potrebbe però aver influito sulla percezione).

La setlist proposta è variegata, andando a pescare da ogni singolo album della band come dimostrano le varie Wisdom Comes, la devastante sezione finale di Remembrance e la penultima Clone: questa è riproposta dopo il consueto, terremotante assolo di batteria di Mario Duplantier, che si dimostra (come se ce ne fosse ancora bisogno) una macchina infallibile dietro le pelli. La chiusura del live viene affidata a Vacuity, quarto brano estratto dal penultimo (anche se per poco tempo ancora) album “The Way of All Flesh“.
La serata si chiude con i saluti della band che è visibilmente soddisfatta dell’esperienza, così come lo è l’audience stessa, disseminata di facce estasiate e sorridenti. Una band umile che ha fatto la sua buona dose di gavetta e che solo ultimamente, anche un po’ in ritardo considerando la sua caratura, sta raccogliendo appieno i frutti del duro lavoro che va avanti da vent’anni a questa parte. A gruppi del genere si può davvero augurare solo il meglio per l’avvenire, e siamo sicuri che saranno all’altezza di quanto fatto finora.

Setlist:

Toxic Garbage Island
L’Enfant Sauvage
The Heaviest Matter of the Universe
Silvera
Stranded
Flying Whales
Wisdom Comes
The Art of Dying (+ guitar solo, Remembrance outro)
Terra Inc.
Explosia
Oroborus (extended bridge, different outro)

Drum Solo
Clone
Vacuity

 

Report by Giup, photos by Tank