È il 17 luglio, siamo a Trieste, in Piazza Unità, di certo una delle più belle e scenografiche piazze d’Italia e d’Europa, splende il sole e soffia una leggera brezza. A completare questo paesaggio idilliaco c’è un palco enorme in fondo alla piazza. È il giorno del terzo e ultimo concerto italiano della band Heavy Metal più famosa del mondo: gli Iron Maiden.

Già dal giorno precedente il concerto, in città si respira una forte aria maideniana. L’enorme palco in costruzione è quasi terminato, molti fan sono già presenti a Trieste e passeggiano in centro nella speranza di incontrare i membri della band. Janick, infatti, la mattina passeggiava per Trieste, mentre Steve e Adrian hanno partecipato ad una partita della squadra dei Maiden contro una squadra della provincia, perdendo 7 a 6. E finalmente arriva il grande giorno: già dalle prime ore del martedì le magliette nere con il faccione di Eddie iniziano ad aumentare e moltiplicarsi a vista d’occhio. La strada che passa davanti Piazza Unità viene chiusa al traffico e una mandria di pacifici metallari inizia a popolare la zona. Alle sedici davanti ai varchi di ingresso le file sono ormai lunghissime ma, nonostante i controlli, l’ingresso del pubblico procede abbastanza speditamente. E così sotto un sole velato dalle nuvole alle 17:30 è l’ora della prima band in programma, i The Raven Age.

La band inglese non è nota per la presenza scenica, per i dischi o per altri meriti. Il motivo per cui si trova qui, oggi, è che in essa milita il figlio di Steve Harris, George. Continua a non vedersi la fine del nepotismo degli Iron Maiden, che continuano a portare in tour figli e parenti vari. I The Raven Age hanno supportato i Maiden già nel The Book Of Souls Tour, e sempre a Trieste, abbiamo già potuto “apprezzare” George e i suoi compagni suonare il loro metal melodico senza dare troppe emozioni. Di buono, questa volta, c’è che almeno la band ha pubblicato un primo album, che nel 2016 non c’era, e che ha cambiato il cantante, sostituendo l’inadatto Michael Borrough con Matt James, già cantante dei Wild Lies (band del figlio di Adrian Smith, ma questa è “quasi” un’altra storia…). La scaletta è stata tratta per lo più dal primo e unico album, con l’eccezione del brano “Surrogate” pubblicato dopo l’ingresso di James. Tecnicamente comunque buoni, nonostante non siano riusciti a convincermi nemmeno questa volta. Sarà per la prossima (a meno che non tocchi a qualche altro parente della Vergine di Ferro).

THE RAVEN AGE

Arriva in turno dei padroni di casa, i Rhapsody Of Fire del tastierista triestino Alex Staropoli. La storia dei Rhapsody, come è noto, è stata abbastanza travagliata. Negli anni ho assistito ai concerti di Rhapsody Of Fire con Fabio Lione alla voce e Luca Turilli alla chitarra, quelli con Fabio Lione alla voce ma senza Luca Turilli alla chitarra, i Luca Turillii’s Rhapsody, i Rhapsody Reunion e probabilmente in qualche altra variante che mi sfugge, ma non ho mai avuto l’occasione di vedere questa ultima incarnazione della Power Metal Band triestina con Giacomo Voli alla voce. Senza fare paragoni con Lione, posso solo dirvi che Voli è stata una rivelazione, un buon acquisto da parte di Staropoli per portare avanti quel che restava del progetto Rhapsody. La scaletta ha pescato i maggiori successi dai vari album della band, con una una “Emerald Sword” finale cantata a squarciagola. Rhapsody Of Fire promossi a pieni voti.

RHAPSODY OF FIRE

Arriva il turno della band di Mark Tremonti, chitarrista degli Alter Bridge che sta promuovendo l’ultima fatica intitolata “A Dying Machine“. Il genere proposto dai Tremonti poco si addice alla serata: il loro autodefinito heavy in puro stile statunitense non riesce a convincere la maggior parte del pubblico, che per la maggior parte sembra solo attendendere la fine dell’esibizione. L’esecuzione musicalmente impeccabile, ma visivamente molto inquadrata e statica tranne per qualche sprazzo di agitazione del chitarrista e del bassista, si trascina per circa un’ora. Anche loro, probabilmente per questioni di tempo, pescano equamente tra i quattro album pubblicati, eseguendo solo tre brani da “A Dying Machine”. Il tempo scorre, il sole inizia a calare ed è quasi il momento più atteso della serata, il momento degli Iron Maiden.

TREMONTI

Mancano pochi minuti alle nove e dalle casse si inizia a sentire quella che ormai da anni è la chiamata alle armi dei fan dei Maiden. “Doctor Doctor” degli Ufo ci preannuncia che mancano solo quattro minuti all’inizio di quello che per molti è considerato uno dei migliori tour della Vergine di Ferro degli ultimi anni. La scaletta è quella ormai consolidata già dalla prima data di Tallinn, poco meno di due mesi fa: grandi classici come il tris iniziale “Aces High“, “Where Eagles Dare” e “Two Minutes To Midnight“, con ben tre cambi di costume di Bruce Dickinson. Nella scaletta troviamo “Sign Of The Cross” e “The Clansman“, ripescate direttamente dall’era Blaze Bayley, senza dimenticare brani più recenti (anche se ormai maggiorenni o già adolescenti) come “For The Greater Good Of God” e “The Wicker Man“. C’è l’immancabile “The Trooper“, con il combattimento di spade tra il gigante Eddie e Bruce, “Flight Of Icarus“, che non veniva proposta live da ormai trent’anni con fiamme sparate da Dickinson in piena ispirazione Rammstein. Il frontman è come sempre un vero attore, molto teatrale e senza alcuna paura di sfidare il pubblico. Ci sono state due occasioni che mi hanno lasciato un po’ perplesso. Per ben due volte, su The Clansman” e su The Wicker Man, dopo il ritornello cantato da Bruce, il cantante ha incitato il pubblico dicendo “Sing in italian”… peccato che il pezzo successivo fosse solo il coretto “OOOOOOOOH”. Difficile da dire se fosse solo humour inglese o un piccolo sfottò verso il pubblico italiano. I miei pensieri tuttavia spariscono quando è il turno di “Fear Of The Dark“: tutta Piazza Unità accompagna in un coro all’unisono (sempre in italiano) l’intro di quello che è diventato uno dei brani più famosi della band. Purtroppo il concerto sta volgendo al termine e dopo “The Number Of The Beast” è il momento di accogliere il più bel Eddie che io abbia mai visto live. Un Eddie diavolo gigantesco contornato da fuoco e fiamme esce da dietro la batteria di Nicko McBrain a salutare il pubblico triestino. Come da programma i tre encore, “The Evil That Men Do“, “Hallowed Be Thy Name” e “Run To The Hills“, con Bruce che cavalca per il palco con un cavallino scopa, terminano il concerto con un’enorme esplosione sul palco innescata da Dickinson con un detonatore gigante da TNT in stile Wile E. Coyote.

E così è arrivato il momento di tirare le somme. Gli Iron Maiden non deludono, non mi hanno mai deluso e credo non lo faranno mai. Sarò pure un fan boy della Vergine di Ferro, ma Steve e soci sono inimitabili per la qualità di esecuzione, l’interazione con i fan e lo spettacolo che propongono. E a concerto finito, già se ne sente la mancanza, peggio della droga… e non è detto che una capatina a Zagabria per rivederli e non soffrire di astinenza, la prossima settimana, non la faremo.

IRON MAIDEN