Serata all’insegna del doom dalle diverse sfaccettature, quella che va in scena nella bella Capodistria, a pochi chilometri da Trieste. Vista la tarda ora e la pioggia incessante, l’unica opzione è stata dirigersi immediatamente al Centro Giovani, un locale che contro ogni aspettativa si è dimostrato più che all’altezza sotto tutti i punti di vista, a dimostrazione dell’ottima salute di cui gode il sottobosco musicale sloveno, anche per i generi più estremi. Ad aprire le danze il quintetto di casa Mist, seguito dai siciliani Assumption e dagli ormai noti Messa, in una veste da headliner che rende pienamente giustizia alla loro proposta.

Capitanati da Nina Spruk e dalla sua voce evocativa, i Mist salgono sul palco in perfetto orario e danno subito prova di saper gestire bene la situazione, abilità accumulata negli ormai sei anni di attività live nonostante l’LP di debutto risalente allo scorso anno. Le quattro ragazze (più il chitarrista Blaž Tanšek) propongono un heavy/doom di stampo squisitamente classico, sulla scia di Sabbath, Candlemass, Saint Vitus e compagnia bella; la resa della scaletta, incentrata presumibilmente su “Free Me of the Sun”, è aiutata dai suoni buoni già in questa fase d’avvio. Se la presenza scenica è limitata dal poco spazio a disposizione, di contro l’esibizione non vede particolari sbavature, anzi: gli assoli di Tanšek e l’ottima prova anche vocale della chitarrista ritmica Ema Babošek sono solo alcuni degli aspetti positivi di questa prima performance. Dopo questa buona impressione, restiamo decisamente curiosi di sapere cosa ci riserverà il loro secondo lavoro in studio.

MIST

Deciso cambio di contesto per il secondo gruppo: da un lato passiamo dalla capitale slovena, patria dei Mist, al profondo sud del nostro Paese, con i palermitani Assumption. Anch’essi arrivati nel 2018 al debutto sulla lunga distanza, con “Absconditus”, il loro è un doom che vira più su lidi death, con il profondo growl di Giorgio Trombino, impegnato anche con chitarra e sintetizzatori. Le prime note sono di una violenza inaudita, che ci fa credere di essere a un concerto di stampo puramente death: il tutto, però, si sposta ben presto su territori pachidermici scanditi in maniera incessante dal batterista David Lucido, insieme a Giorgio fulcro della formazione. Psichedelia e funeral doom, un binomio che difficilmente si incontra: la proposta degli Assumption è anche questo, una nuova scoperta per il sottoscritto e un’esibizione apprezzatissima da coloro che hanno tenuto a bada l’headbanging durante il gruppo di apertura. Unica pecca i suoni, a tratti impastati e penalizzati da un approccio decisamente più violento, ma non sempre si può avere tutto.

ASSUMPTION

Luci soffuse su un Fender Rhodes d’annata, una candela e l’odore di incenso ecclesiastico nell’aria: è questa la scena che preannuncia l’ingresso sul palco dei Messa, emanante un calore in contrasto con la temperatura nel locale per via di un’evitabile aria condizionata. A scaldare ulteriormente i nostri animi ci pensa il quartetto padovano, che ha fatto incetta di classifiche e ottime recensioni con lo splendido “Feast for Water”: un mix eccezionale di sonorità doom e jazz, così come di influenze più dure, intuibile anche dalla contrapposizione tra il look elegante del chitarrista/tastierista Alberto e quello più tagliente di Marco (basso e chitarra), sfoggiante una maglia degli immortali Nerorgasmo.

I Nostri sono visibilmente entusiasti dell’accoglienza e ricambiano offrendo al pubblico gremito un’esibizione di alto livello, ricca di enfasi ed emozione. La gran voce di Sara ci guida attraverso tutte le tracce del loro secondo lavoro, pezzi da novanta come “Leah“, “The Seer” e “White Stains“: è bellissimo notare, analogamente a quanto accade su disco, come una figura come la sua riesca a ritagliarsi i giusti spazi e farsi da parte quando necessario, senza scadere nel cliché della cantante perennemente sotto i riflettori. E non potrebbe essere diversamente, vista la complessità della musica dei giovani veneti: da atmosfere noir a scariche di energia grezza sotto forma di blast beat, dagli assoli raffinati e d’altri tempi al basso ora pulsante, ora dirompente e distorto, la prova dei ragazzi è camaleontica ed estremamente magnetica.

Ovviamente il pubblico, completamente rapito, non può che incitarli a tornare sul palco dopo la pausa d’ordinanza: il saluto è affidato a un brano estratto dal debutto, la dinamica “Babalon” che ci riporta alla proposta iniziale più dentro i ranghi del genere ma non per questo meno di qualità. Un arrivederci alla prossima volta che, si spera, non sarà troppo in là nel tempo.

MESSA