È lunedì 23 luglio, nonché il primo giorno del Metaldays 2018. Sono le tre del pomeriggio e tutta l’area festival è ormai gremita di metallari: alcuni già con troppa birra in circolo, altri che risalgono dal fiume con gonfiabili a forma di unicorni e pink flamingo. Si inizia alla grande con un running order ricco di band interessanti!

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Ad inaugurare il palco principale sono i Moros, una piccola band originaria di Vorarlberg (Austria) che si definisce “alcoholic death/thrash metal”. Il pubblico non è molto numeroso, forse anche a causa del caldo torrido dell’ora di punta, ma viene abbastanza trascinato dai riff di chitarra e un headbanging collettivo.

Un rapido cambio di palco e vi è un boato comune quando fa la sua apparizione Anneke Van Giersbergen, con la sua nuova band progressive metal formatasi nel 2016: i Vuur. Il repertorio proposto è ovviamente tratto dal loro ultimo, e unico, album intitolato “In This Moment We Are Free – Cities” (2017), nato dalle varie esperienze e dai vari viaggi intorno al mondo della cantante. Nonostante il caldo afoso, la band è in piena forma e riesce a coinvolgere il pubblico. Dopo una breve scaletta a causa di, purtroppo, tempi limitati, la band conclude con la cover di “Strange Machines” dei The Gathering – gruppo olandese nato nel 1989 in cui per lungo tempo Anneke ha militato. Ed è così che i Vuur salutano, per la prima volta in assoluto, il pubblico sloveno, promettendo di tornare al più presto.

VUUR

È ora il momento di una delle band di cui si è sentito più parlare negli ultimi tempi, e che mi era sempre sfuggita live. I Jinjer sono un’esplosione sul palco del Metaldays, e lo dimostra il numero impressionante di spettatori presenti.
Tatiana Shmaylyuk ero riuscita precedentemente a scorgerla da lontano nella sessione di meet & greet, e a malapena ero stata capace di riconoscerla a causa dei tatuaggi coperti, gli enormi occhiali da sole a coprirle il viso e l’aria distaccata. Ma eccola, invece, nel suo habitat naturale: il palco. Con un’energia incredibile i Jinjer mandano avanti uno spettacolo da brividi. Si tratta sicuramente una di quelle band che rende mille volte meglio live piuttosto che in disco. E ci piace così!
Dopo la classicissima “Who Is Gonna Be The One” (che mi è rimasta fissa in testa per tutta la durata della settimana), si prosegue con altri pezzi grossi come “I Speak Astronomy” e “Pisces“. La Shmaylyuk si destreggia perfettamente dal growl al pulito, dando sicuramente filo da torcere ad altre più note frontwoman del genere.

JINJER

Vestiti tutti con camicia accollata nonostante il caldo torrido, i Leprous fanno la loro apparizione con estrema eleganza proponendo un progressive metal indescrivibile a parole. La voce di Einar Solberg riesce a creare atmosfere incredibili, trascinando il pubblico su altri pianeti. Non di certo da meno sono le voci dei due chitarristi e il bassista, che gli fanno da coro.
La band propone brani tratti dal loro ultimo lavoro in studio “Malina” (2017), e altri più datati come “Foe” e la bella “The Flood“, concludendo con “Slave“.
I norvegesi hanno destato il mio interesse fin dalla prima nota, tanto che, a mio parere, si trattano sicuramente di una delle band rivelazione di questo Metaldays.

LEPROUS

Si sta facendo sera e ormai ci sono quasi diecimila persone ad attendere la prossima band sul palco. Sto ovviamente parlando di uno dei gruppi che hanno riscosso più successo in questa edizione del Metaldays 2018: gli Alestorm. Di certo non necessitano di molte presentazioni, ma basta dire che si sono presentati tutti abbastanza “allegri” e con una papera gialla gigante sul palco. Ad aprire le danze, non solo in senso figurato, è ovviamente “Keelhauled“. Così aprono il concerto i maghi del “True Scottish Pirate Metal” originari di Perth, accolti da un pubblico completamente in delirio, tra headbanging, moshpit, crowdsurfing, circle pit. Davvero uno spettacolo! Che procede con grandi classici come “Alestorm“, “Drink” e la cover “Hangover” che dona – come se non fosse abbastanza – quella giusta dose in più di puro trash (che non guasta mai). A concludere la performance, l’immancabile “Fucked With An Anchor” con il celebre ritornello a rimbombare nella valle:

Fuck you, you’re a fucking wanker
We’re gonna punch you right in the balls
Fuck you with a fucking anchor
You’re all cunts so fuck you all
Fuck you, you’re a fucking wanker
We’re gonna punch you right in the balls
Fuck you with a fucking anchor
You’re all cunts so fuck you all

Gli Alestorm ci salutano così, lasciando rimbalzare la papera gialla gigante sui presenti. Di sicuro una performance al limite dell’ignoranza, ma che ha dato la giusta carica a questo primo giorno di Metaldays!

ALESTORM

Approfittando della bolgia generata dagli Alestorm, la rimanente delegazione di MetalPit visita il second stage per fotografare ed ascoltare gli Skeletonwitch, band che sulla carta pareva promettere bene. La buona premessa rimane sfortunatamente solo sulla carta e ben presto la band finisce per annoiare, non dimostrandosi mai totalmente coesa e coinvolgente, sfoderando qualche buon momento ma senza sbalordire. La presenza scenica e la fanbase evidentemente molto numerosa non bastano a fare breccia, speriamo in una giornata decisamente no per la band originaria dell’Ohio.

SKELETONWITCH

La luce del giorno è ormai calata del tutto, ed è ora di immergerci nel puro folk metal degli Eluveitie. La band svizzera è sicuramente una tra quelle che ho potuto vedere più volte live, ma di certo non mi tiro mai indietro ed è sempre un piacere. Purtroppo questa volta devo ammettere, con un certo dispiacere, che non è stata affatto una delle loro migliori performance. L’audio era partito veramente male, e solo col proseguire del concerto c’è stato un lieve miglioramento. Inoltre, il gruppo in sé era abbastanza sciapo. Bisogna riconoscere che il cantante Chrigel Glanzmann è da poco uscito da un ricovero in ospedale dalla durata di circa una settimana, e quindi potrebbe essere questo uno dei motivi che hanno causato un mood piatto nella performance.
I chitarristi e il bassista erano del tutto anonimi, per fortuna a risollevare un pochino il morale c’erano le donne della band. Ma anche lì, non so se per problemi tecnici o altro, la voce di Fabienne Erni non era al massimo della forma. L’ultima volta che avevo avuto il piacere di sentirla cantare “Artio“, tratto dall’ultimo album “Evocation II – Pantheon“, mi ero emozionata così tanto da avere la pelle d’oca. Questa volta, una delusione.
Per alcuni era la prima volta ad ascoltare live questo nuovo membro della band (dopo il cambio di formazione dovuto all’uscita di Anna Murphy & company), e difatti non ho sentito grandi apprezzamenti. Semmai, il contrario.
Serata abbastanza sfortunata per gli elvetici, dunque. E mi dispiace parecchio essere stata così critica, ma è necessario essere obiettivi anche con le band che si seguono con entusiasmo.

ELUVEITIE

L’oscurità ha ormai ricoperto l’intera valle, e pare che tutti si siano riuniti per assistere allo spettacolo unico dei Behemoth e il loro blackened death metal. Uno per uno, Inferno, Orion, Seth e Nergal prendono posizione sul palco incorniciati dalla loro classica e bella scenografia. Si parte con “Ov Fire And The Void“, seguita da “Demigod” dell’omonimo album del 2004.
Senza sosta, e senza scambiare chissà quante parole con il pubblico incantato, si prosegue con brani tratti dall’ultimo capolavoro “The Satanist” (2014), come “Messe Noire” e “Blow Your Trumpets Gabriel“.
A concludere il concerto, la bellissima e tanto attesa “O Father O Satan O Sun!“, incorniciata dai volti mascherati dei membri della band, il fuoco ai lati della batteria e una torcia da stadio accesa tra i presenti, che si divertivano a passarsela gli uni agli altri.
Prima volta che vedevo live la band polacca e, nonostante avessi grandi aspettative, sono riusciti sicuramente a scavalcarle (e di molto). Senza dubbi, posso assicurare che sono stati di certo il gruppo migliore dell’intero festival.

BEHEMOTH