Siamo giunti alla quarta giornata di Metaldays 2018, quella di giovedì 26 luglio. Il caldo e l’hangover non paiono dare pace, ma per fortuna ci pensano i fiumi Isonzo (Soča per i locali) e Tolminka a rinfrescare le menti annebbiate…

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Prima di posizionarci fissi al main stage, facciamo tappa al secondo palco dove hanno iniziato ad esibirsi gli austriaci Harakiri For The Sky. Il gruppo propone un post black metal molto melodico, creando atmosfere rilassanti che si addicono perfettamente al contesto alberato che ci circonda e facendomi un po’ pensare agli italiani Black Therapy.
La band spazia da brani dei due album “Aokigahara” (2014) e “III – Trauma” (2016), fino al recente “Arson” uscito a febbraio 2018.

HARAKIRI FOR THE SKY

Ci spostiamo al palco principale, dove hanno iniziato da poco a suonare la band di puro stampo heavy metal inglese Monument, in cui le classiche influenze di Iron Maiden, Judas Priest e Black Sabbath sono evidenti. Ciò aiuta il pubblico ad apprezzare il repertorio proposto, senza comunque entusiasmare troppo mancando di novità e colpi di scena.

MONUMENT

Ormai si è formata una folla abbastanza cospicua ad attendere le Girlschool: gruppo attivo dal 1978, sono famose per essere una band tutta al femminile e che ha spesso girato in tour con i Motörhead, proponendo un classicissimo hard ‘n’ heavy all’inglese.
La scaletta propone brani come “Demolition Boys“, “Never Say Never” e la cover dei The Gun “Race With The Devil“. Lo show prosegue piacevolmente senza sosta, riuscendo ad unire facilmente le generazioni differenti presenti tra il pubblico.
Nonostante gli anni, l’esperienza e la carriera alle spalle, le Girlschool riescono ad essere coinvolgenti e al top della forma, con la batterista Denise Dufort che continua a pestare come da giovincella.

GIRLSCHOOL

Nel frattempo, la seconda delegazione di MetalPit si sposta al second stage per assistere alle performance di due gruppi minori.
Il nome della prima band dice tutto: Master. La leggendaria band statunitense non si tira indietro dal tenere alto lo stendardo del Death Metal vecchia scuola, marcio, fatto tutto di attitudine e cattive intenzioni. Al bando tecnicismi ed effetti speciali e largo alla cattiveria e affiatamento che solo una band attiva da una trentina d’anni può avere. Scaletta impeccabile nonostante il tempo limitato e spettacolo incredibilmente coinvolgente nonostante l’orario infelice (primi slot del pomeriggio). Se amate il Death Metal probabilmente adorate già i Master, in caso contrario: fatevi un favore.

MASTER

Una band con età media intorno ai diciassette anni che abbia trovato modo di innovare, scegliersi una nicchia e arrivare anche a ricordare band mitologiche in fatto di attitudine e approccio è quasi un miracolo. Gli Alien Weaponry mi hanno stupito, il trio neozelandese che oscilla fra i sedici e i vent’anni propone un misto di thrash e groove metal fortemente contaminato dalla cultura tribale Maori, con atteggiamenti e movenze che ricordano i primi Sepultura, una proposta musicale per niente male e una notevole capacità strumentale che li rende immediatamente efficaci. Spettacolo meraviglioso, interamente soddisfacente e che, nonostante lasci intravedere la giovinezza della band, mi regala un enorme sorriso per quello che si prospetta essere il futuro. Una nota di colore arriva anche dal pubblico, con una trentina di persone venute per supportare la band direttamente dalla Nuova Zelanda. Eroi.

ALIEN WEAPONRY

Ma ritorniamo al main stage, dove è giunto il momento di una delle band pilastro del death metal: gli Obituary. Dopo una partenza abbastanza incerta e lenta, senza troppo entusiasmo, e dopo qualche problema del cantante John Tardy con i ventilatori presenti, si inizia sul serio mettendo finalmente ben in chiaro chi è che comanda. Da qui in poi è tutta in discesa: “Find The Arise“, “Chopped in Half” e la classica conclusione con “Slowly We Rot“.

OBITUARY

Non aspettiamo molto prima che “All Hell Breaks Loose” dei Black Star Riders rompa la quiete. La band statunitense, nata dall’ultima formazione dei Thin Lizzy nel 2012, propone un hard rock abbastanza lento e banale, che non riesce, per tutta la durata della performance, a coinvolgere sufficientemente il pubblico. Vani sono i tentativi del cantante Ricky Warwick di risollevare un po’ gli spiriti addormentati dei presenti, venendo poi salutato con abbastanza piacere dopo un’ora (infinita) di concerto.

BLACK STAR RIDERS

Servono gli Hatebreed per risollevare, e soprattutto risvegliare, il pubblico del Metaldays, che non perde tempo nel creare moshpit e circle pit. La band hardcore/metal/punk può piacere o meno, ma non si può di certo negare l’esplosione di energia che è sul palco sloveno.
Nessun break è necessario quando continue nuvole di terriccio si sollevano dal suolo. Jamey Jasta ne butta fuori una dopo l’altra: “Empty Promises“, “Proven“, “Perseverance“, fino all’ultima “Looking Down The Barrel Of Today“, che crea un enorme moshpit collettivo con tanto di headbanging spezza-collo incontrollabile.

HATEBREED

Dalla terrazza dove siamo sistemati, riusciamo a vedere l’ingresso in scena dei vari membri dei Judas Priest, notando, con un certo dispiacere, Rob Halford che si trascina a passo lento verso il palco reggendosi grazie a un bastone e a un ragazzo della crew.
A dare il benvenuto è la classica “War Pigs” dei Black Sabbath, cantata a squarciagola dalle dodicimila persone presenti. Ma è con “Firepower” dall’ultimo omonimo album che si dà inizio allo spettacolo, proseguendo con classici come “Grinder” e “Sinner“. I chitarristi riescono ad intrattenere abbastanza bene il pubblico, con Richie Faulkner che gioca con i Ray-Ban e indicando il pubblico, mentre il bassista Ian Hill rimane un po’ in ombra, come al solito, non facendosi mai avanti. Nonostante Halford si muova lentamente sul palco, con sguardo basso, occhi chiusi e gesti un po’ impacciati, non sbaglia una sola nota. A volte, nelle breve pause durante gli assoli, si rifugia dietro la scenografia probabilmente per riprendere fiato e rinfrescarsi.
La performance in generale non è il massimo, ricadendo abbastanza nel noioso se non fosse che abbiamo davanti una leggenda dell’heavy metal. Difatti, il pubblico canta ogni canzone a memoria, ma rimane abbastanza impassibile non sentendosi particolarmente coinvolto.

JUDAS PRIEST

Per alcuni potrà suonare una bestemmia, ma ho abbandonato abbastanza velocemente i Judas Priest per andare a prendere la prima fila al secondo palco e attendere colei che aspettavo impaziente da tutto il giorno: Myrkur. Avevo già avuto modo di godere dell’angelica voce dell’artista danese in occasione di un concerto come spalla ai Sòlstafir in quel di Zagabria (qui live report e foto) e già quella volta era stata un’esperienza fantastica. Ma questa volta, devo ammettere, è stato quasi trascendentale. La location in mezzo al bosco era l’ambientazione adatta al 100% alle sue musiche e alla sua personalità.
Vestita di un semplice vestito lungo e bianco, con della pittura nera a disegnarle una linea orizzontale all’altezza degli occhi, Amalie Bruun fa breccia sotto le luci artificiali del palco e quella naturale della luna. Movimenti decisi e inquietanti, sguardo lontano e una voce unica. Bassista, chitarrista e batterista fanno da sfondo, quasi invisibili.
Vengono proposti brani tratti dall’ultimo album “Mareridt” (2017) come “The Serpent” e “Ulvinde“, per poi spaziare con altri più datati come “Dybt I Skoven” (dove fatico a trattenere le lacrime).
Il repertorio spazia dal black a canti nordici antichi eseguiti a cappella con solo l’ausilio di un tamburello tradizionale a farle da accompagnamento.
Troppo presto, però, la cantante danese si dilegua timidamente, senza godersi il caloroso saluto del pubblico sloveno che rimane più che soddisfatto, anche se desideroso di altri brani.

MYRKUR