L’edizione 2019 del Metaldays si è svolto, come di consueto, nella bellissima cornice di Tolmino (Slovenia) dal 22 al 26 luglio. Nonostante la carenza di band di un certo spessore, l’evento è stato di medio livello; tempo atmosferico pressoché buono, ma con un caldo afoso che in alcune giornate ha sfiorato i 40 gradi, richiedendo l’intervento dei medici per i numerosi casi di malore e nonostante le migliaia di persone accorse da tutta Europa, l’organizzazione dell’evento è stata comunque perfetta. Fantastico, come al solito, passeggiare tra la folla e vedere una moltitudine di gente diversa dai costumi più bizzarri: uomini con gonnelline fucsia, ragazze seminaturiste, capelloni che impersonavano Gesù e chi più ne ha più ne metta. Ma la musica? I gruppi? Dallo stage più piccolo segnalo i senesi Coexistence (death prog ben suonato e dai testi interessanti). Dal “Lemmy Kilmister stage” gli Arch Enemy hanno sfornato una buona prestazione con la bella Alissa; devo dire che son stati l’unico elemento di spicco della giornata assieme agli svedesi Lucifer, autori di un bel rock/hard rock/metal settantiano sull’oscuro andante, ricco di bassi accompagnati da una bella, sensuale e coinvolgente voce femminile. Da menzionare i Dornenreich, metal sinfonico con tanto di violino. Dalla seconda giornata son buone le prestazioni degli Architects e Finntroll col loro famoso folk/black metal, immancabile in scaletta “Trollhammaren”. Bravi gli Alkaloid con un heavy prog death metal. Poi veniamo al terzo giorno, forse il più bello: sullo stage del “bosco” da segnalare sicuramente i romani Hour of Penance, bravissimi sotto tutti i punti di vista con il loro brutal death grind, egregiamente suonato. I piatti forti ora si spostano alle 21.30 sul main stage con i greci
Rotting Christ, che oltre ad essere stati simpatici e disponibili nel meet & greet, sono stati capaci di una prestazione veramente convincente. Attorno alle 23 salgono in cattedra i prog metallers per eccellenza, i Dream Theater: eccellenti ed impeccabili come è la loro natura di musicisti, Petrucci sa sempre emozionare in ogni nota che esegue, dai brani più melodici ai pezzi più complessi. Mostruoso come sempre Mike Mangini alla batteria, lo stesso per Rudess e Myung perfetti come di consueto. James LaBrie alla voce fa una prestazione più che sufficiente, seppur criticato da molti per aver una voce stridula. Mi è piaciuto notare, nonostante le pochissime maglie dei Dream presenti, che il pubblico era assuefatto nell’osservare la prestazione di questi favolosi musicisti, credo sia una cosa molto bella e significativa.

 

Il festival sloveno è in pieno svolgimento e negli ultimi due giorni vedrà protagonisti artisti del calibro di Dimmu Borgir, Hypocrisy e Demons & Wizards. Il clima continua ad essere caldo e questo fa sì che molta gente decida di trascorrere le ore più calde in spiaggia. Solo venerdì verso sera ci sarà la tanto agognata pioggia (meglio tardi che mai)!

Il giovedì lo inauguro con gli inglesi Bloodshot Dawn al mainstage nel tardo pomeriggio. Nonostante le temperature c’è un discreto numero di presenti pronti ad accogliare la band britannica. I Nostri riversano sui presenti il loro death metal moderno senza esitazione e nonostante il poco tempo a disposizione convincono il pubblico che nel frattempo si è fatto sempre più numeroso.

I Bloodshot Dawn chiudono il concerto tra gli applausi e lasciano il palco ai colleghi polacchi Decapitated. Dopo un rapido cambio palco ecco infatti salire sul main stage Vogg e i suoi Decapitated. La band viene accolta bene dai presenti che dopo pochi istanti iniziano subito a pogare. I polacchi sono consapevoli dei loro mezzi e Rafał Piotrowski dietro il microfono continua a interagire con il pubblico tra un pezzo e l’altro. La prestazione dei Nostri è molto energica e spazia soprattutto sugli ultimi album. Ecco quindi che vengono proposte le varie “Homo Sum, “Blood Mantra e la grooveggiante “Earth Scar” che fa partire un headbanging collettivo. Il concerto si chiude con le storiche “Spheres Of Madness” e “Winds Of Creation” che tolgono le ultime forze ai presenti.

Se Bloodshot Dawn e Decapitated hanno regalato dei concerti brutali, ora è il turno dei Soilwork e del loro moderno death metal melodico che cambia totalmente le carte in tavola. Il pubblico è sempre più numeroso quando sul palco sale la band guidata da Björn “Speed” Strid. I Nostri iniziano subito con un pezzo del nuovo album, ovvero “Arrival” che viene ben percepito dai presenti. I suoni non sono perfetti, infatti quando si sovrappongono più voci si tende a sentire tutto impastato, ma poco importa agli svedesi che continuano imperterriti per la loro strada. Il concerto prosegue con le varie “Full Moon Shoals” e “The Ride Majestic” per poi avviarsi verso la chiusura con la classica “Stabbing The Drama” e “Stålfågel” che fa cantare i presenti. Quello dei Soilwork è stato un concerto penalizzato dai suoni, ma comunque divertente.

Altro cambio palco e si arriva al turno dei leggendari Hypocrisy. Il sole nel frattempo è quasi totalmente calato e il pubblico è numeroso quando sale sul palco la band svedese che decide di aprire le danze con la lenta “Fractured Millenium” per poi scatenare l’inferno con le successive “Valley Of The Damned” e “End Of Disclosure“. Il pubblico risponde bene ai Nostri sebbene Peter Tägtgren a volte dimostri di non avere il pieno controllo sul suo classico scream acido. Il concerto prosegue senza intoppi fino a “Eraser” quando Tägtren rischia di soffocarsi con un moscerino e poco dopo rischia di cadere, strappando qualche risata in tutto questo marasma. Gli Hypocrisy continuano dritti per la loro strada alternando brani più lenti a brani più veloci fino ad arrivare alla chiusura di uno dei migliori concerti del festival con la classica “Roswell 47“.

Dopo una scorpacciata di death metal in varie salse, la serata viene chiusa dai Demons & Wizards, progetto parallelo di Jon Schaffer e Hansi Kürsch che propone un power metal classico senza troppe sorprese. La scenografia è imponente e ci trasporta dentro un cimiteto. Inoltre sono presenti addirittura dei coristi pronti ad aiutare Hansi nelle parti più pompose. Il concerto si apre con “Rites Of Passage” e “Heaven Denies“. Il pubblico è molto numeroso e risponde bene alla band, soprattutto quando vengono suonati alcuni pezzi di Iced Earth e Blind Guardian, “Valhalla” infatti è da brividi con il pubblico che continua a cantare il ritornello anche una volta che la canzone è finita. I Nostri sanno come tenere il palco, da Schaffer che macina riff con il suo sguardo cupo fino all’espressività di Hansi Kürsch che coinvolge tutti i presenti. I suoni sono perfettamente bilanciati e i pezzi guadagnano molto da un punto di vista espressivo. Dopo la buona “Blood On My Hands” la chiusura viene affidata a “Fiddler On The Green” che fa scorrere un brivido dietro la schiena.

In rappresentanza dell’ultimo giorno di festival abbiamo solo gli headliner ovvero i Dimmu Borgir. Per una serie di motivi infatti non sono riuscito ad assistere ad altri concerti durante l’ultimo giorno di festival.

Sotto una pioggia incessante ecco salire sul palco Shagrath, Silenoz e Galder pronti a far scendere sui presenti il loro black metal sinfonico che ben si sposa con la pioggia e i tuoni che avvolgono il festival. Il concerto si apre con “The Unveiling” che con la sua pomposità avvolge i presenti che ben rispondono alla band norvegese. A seguire abbiamo “Interdimensional Summit” che dal vivo, come volevasi dimostrare, fa un’ottima figura. È il momento di fare un salto indietro ed ecco quindi arrivare “The Serpentine Offering” e la maestosa “Dimmu Borgir” che fanno scapocciare il pubblico. Il primo pezzo da 90 è però “Puritania” che con le sue voci sintetizzate e il suo incedere quadrato viene apprezzata da tutti i presenti. Il concerto si chiude con la classica “Mourning Palace“, gemma oscura che testimonia il passato della band e quello che forse è stato l’apice della band norvegese.