In occasione dell’unica data italiana dei Nightwish per il Decades: World  Tour, Metalpit ha deciso di proporre un report fuori dagli schemi. Nelle prossime righe si alterneranno due punti di vista: il primo, scritto a caldo da Federico, riporterà le vivide emozioni dell’intensa serata; il secondo, a freddo (a cura di Giuseppe), cercherà un confronto sugli aspetti meno convincenti del concerto. Da un lato il “cuore”, dall’altro la “testa”, ma solo all’apparenza opposti. Lasciatevi condurre da noi in questa analisi dettagliata e, se vi va, scrivete la vostra opinione nei commenti.

IL CUORE

Wow!

Non saprei descrivere meglio lo spettacolo dei Nightwish al Mediolanum Forum di Assago. Una gioia per gli occhi e per le orecchie: The Greatest Show on Earth o, per dirla “all’italiana”, il più grande spettacolo dopo il Big Bang.

La premessa è d’obbligo ed è una di quelle frasi che i fan oramai odiano sentire: “Eh ma quando c’era Tarja erano tutta un’altra cosa“. Sarà che dopo tredici anni di assenza della finnica dai Nightwish ho finalmente elaborato il “lutto” e sono entrato nella fase di accettazione della realtà, ma finalmente sono tornato ad emozionarmi ad un loro show! Non mi era successo con Anette Olzon, in casa loro, ad Helsinki, nel lontano 2009, nonostante un’arena stracolma per gli idoli di casa. Non mi era successo al Postepay Rock In Roma nel 2016.

Mentre rientravo a casa, riflettevo. Perché questa volta mi sono emozionato? Perché sono tornati a darmi le sensazioni degli anni di Tarja? Più volte ad amici e conoscenti ho ripetuto la pessima frase “per me i Nightwish dopo Tarja sono morti“… e allora, cosa è cambiato?

Forse è merito mio. Ho letto la scaletta, i pezzi dedicati al ventennale della band (ventidue per la precisione) ed ero parecchio curioso di risentire pezzi ormai finiti nel dimenticatoio di molti. Penso a “The Carpenter“, “Elvenpath“, “Gethsemane“, “Sacrament of Wilderness” e “Kinslayer“, solo per citarne alcune. Le mie aspettative erano basse: sapevo che Floor non avrebbe avuto la stessa resa di Tarja! E paradossalmente è stato così ma… non me ne è fregato nulla! In quel momento pensavo solo a godermi “il più grande spettacolo sulla Terra”.

Forse è merito loro. Ci voleva coraggio a scegliere quei pezzi, hanno scelto di andare a giocare su un campo minato. I paragoni con l’impeccabile Tarja si sarebbero sprecati. Tra l’altro erano alla diciassettesima data in circa un mese. Ma ci hanno messo il cuore! Solo emozionandosi potevano emozionarci. E chissenefrega se Floor in alcuni pezzi ha dovuto farsi aiutare da Marco. Chissenefrega se lo stesso Marco sembrava essere vocalmente “stanco”. Ho apprezzato un Tuomas Holopainen meno al centro dell’attenzione rispetto al passato, un Troy Donockley tuttofare, che si è riscoperto pure cantante, che ha dato alla band quel tocco di magia di cui forse avevano bisogno nei live. Ho apprezzato il sempre impeccabile Kai Hahto (ormai da cinque anni nella band) e l’inossidabile Empu Vuorinen. E ho ovviamente apprezzato Marco Hietala, per cui ho musicalmente un debole da sempre, in forma o meno che sia, e la gigantesca Floor Jansen, con un’inaspettata vena carismatica ed un gran lavoro alle spalle per prepararsi vocalmente a questi brani. Potrà sicuramente migliorare ancora, ma già molti pezzi, come la track di chiusura “Ghost Love Score“, li ha cantati in maniera eccezionale. Non cercando di imitare Tarja, avrebbe fallito, ma cantando “alla Floor”, riuscendo nella difficile impresa di non storpiare il pezzo ma rendendolo ugualmente bello ed emozionante.

Grazie Tuomas,

Grazie Troy,

Grazie Floor,

Grazie Marco,

Grazie Kei,

Grazie Empu.

LA TESTA

Che dire, la “time machine” confezionata dai Nostri per questo evento è stata certamente efficace e ha colpito a fondo nei ricordi dei fan di lunga data. Parlando di questo specifico concerto, però, vorrei condividere con i lettori una sensazione che ho avuto nell’ascoltare l’interpretazione di Marco e Floor.

Purtroppo io sono uno di quegli ascoltatori che non tollera molto le variazioni, soprattutto vocali, rispetto alle versioni studio. Non mi riferisco solo alle stonature, ma anche alle modifiche nella melodia o nel timbro. Mi spiego meglio. Ci sono casi in cui queste variazioni sono veri colpi di genio (vedi il finale di “Ghost Love Score” dove Floor libera tutta la sua potenza), mentre altri dove la reinterpretazione non raggiunge il livello dell’originale (per esempio in “Come Cover Me“, dove nel ritornello entrano anche Marco e Troy). Infine, ci sono casi dove suddette variazioni dipendono dalla fatica, o da un limite fisico.

Ciò che ho sentito stasera è stata molta fatica. Marco ha compiuto grandi sforzi sin dall’inizio e il suo timbro non era quello che ha saputo regalarci a Bologna. Anche Floor, probabilmente vittima degli sbalzi di temperatura, non aveva la gola nelle condizioni migliori. Di questo non possiamo certo fare una colpa. Ricordiamo che i Nightwish sono impegnati in un tour estenuante e, a tal proposito, aggiungo che il management dovrebbe avere più cura dei propri artisti senza doverli sfruttare come macchine da soldi (questo vale in generale).

Il punto “dolente” viene invece con la reintepretazione dei pezzi costruiti per Tarja. Floor è intelligente e non cerca un paragone sul terreno lirico, ma ciò finisce per smorzare un po’ l’impatto del brano. “Come Cover Me“, “Elvenpath“, “10th Man Down“, “Dark Chest of Wonders” hanno una bella resa ma ne risentono, complici i problemi di cui sopra. Un’altra cosa che ho notato è la tendenza dell’olandese a variare spesso timbro all’interno di un pezzo: certe volte inizia con una voce massiccia, che poi si fa più fine, ogni tanto diviene graffiata e infine concede qualche scintilla di lirico. Ebbene, io non sono del tutto sicuro che sia una mossa vincente, almeno non per quanto ho ascoltato al Mediolanum Forum. Se usate bene, queste oscillazioni diventano un valore aggiunto capace di dare nuovo colore a un brano, mentre se abusate rischiano di comprometterne la coerenza interna.

Floor, a mio parere, si è mossa sul limite. Sotto questo aspetto, ho apprezzato molto di più la performance vocale di Yannis Papadopoulos dei Beast in Black. Fedele live come in studio, il cantante greco ha mostrato una padronanza eccezionale del proprio dono. Sentirlo assieme ai compagni è stato davvero divertente e ha dato una bella carica. Molto bravo chi gestiva il suono e i volumi a dare degno risalto al gruppo di spalla.

Detto ciò, lasciatemi dire che la scenografia dei Nightwish (a parte qualche pacchianata isolata tra civette e cigni) è stata davvero suggestiva. Il conto alla rovescia iniziale ha creato una grandissimo hype, così come  le candele che si spegnevano man mano che “The Kinslayer” giungeva alla fine. Ripescare brani come “10th Man Down“, “Gethsemane“, “The Kinslayer” e “Come Cover Me” mi ha riportato indietro di quindici anni, quando alle superiori non ascoltavo altro sull’mp3. E vogliamo parlare della dolcissima “Swanheart” strumentale all’inizio? Ma le gioie non finiscono certo qui. “The Greatest Show on Earth” è semplicemente una bomba: intro di piano, comparsa dell’uomo e il “We were here” creano un clima magnificente e trascinante. E poi c’è “Ghost Love Score“, la mia eterna delizia, il mio cuore, con quella pioggia di coriandoli rossi che ne hanno fatto una festa solenne. Ribadisco la nota di merito per Troy, uomo polivalente e sempre più fondamentale sia in studio che live. Attendo con impazienza il nuovo disco.

E voi, cosa ne pensate? Condividete con noi le vostre emozioni!