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Arrivo trafelata direttamente dal lavoro, giacca e camicia ancora completamente abbottonata.
Mi accoglie un’ondata di caldo e la gente che esce dall’area concerto per andare a fumare o per prendersi una birra.
Ho perso i primi due gruppi, Vitriol e Omophagia, ma per fortuna non i protagonisti della serata: Hate Eternal e Nile.

Gli americani della Florida salgono sul palco quasi alla chetichella, senza grandi scene. E d’altronde il menù del giorno prevede gruppi raffinati tecnicamente, ma molti spogli dal punto di vista scenico.
Gli Hate Eternal eseguono una performance perfetta, ma classica. Il ritmo intenso è eccellente, i pezzi si susseguono con riff di alto livello, ma non c’è grande movimento sul palco, se non sulle tastiere di chitarre e basso.
Dall’ultima fatica rilasciata, uscita l’anno scorso, il terzetto estrae due brani: la title-track “Upon Desolate Sands e “Nothingness of being“, forse l’unica che veramente ricorda l’approccio simile ai Morbid Angel.
Ciò che apprezzo di più del gruppo è la capacità di creare una setlist come si deve: si parte con una certa calma, per raggiungere il climax con gli ultimi due pezzi: I, Monarch” e “King of all Kings“.
Tutti sembrano godere di questa sorta di riscaldamento, con gran finale a colpi di headbanging dalle prime file.
D’altronde gli ultimi brani sono i singoli degli album tra i più amati dagli ascoltatori della band. Una garanzia.

Setlist:
1. Bringer of Storms
2. Behold Judas
3. Catacombs
4. All Hope Destroyed
5. Powers That Be
6. Haunting Abound
7. The Stygian Deep
8. Upon Desolate Sands
9. Nothingness of Being
10. I, Monarch
11. King of All Kings

Il cambio palco è rapido, nonostante la batteria debba essere smontata e trasportata via dalla parte anteriore del palco (lo Szene ha uno spazio abbastanza limitato).
Anche per una questione strutturale, non solo di stile, l’entrata dei Nile è semplice e rapida.
Karl Sanders sorride gioiosamente, una sorta di marchio di fabbrica. Non darebbe la sensazione di uno che ti esegue un concerto strabiliante e preziosamente tecnico. E invece lo è. I suoi riff punteggiano i vari pezzi che si susseguono, danno quel tono rock a una base estremamente pesante, al growl ruvido, alla batteria instancabile.
Manca poco più di un mese all’uscita del nuovo album e devo ammettere che la mia preferita della serata è proprio la sua traccia di apertura: Long Shadows of Dread“. È aggressiva, sì, ma dona anche la ritualità necessaria, attraverso i sonori rintocchi di una campana. A dire il vero preferisco cento volte l’esecuzione sul palco rispetto alla versione registrata in studio, proprio perché questo suono ricorrente in live è assai più definito.
Ma anche con loro la maggior parte del tempo è dedicata ai pezzi più conosciuti, estratti un po’ da ogni album, “Kafir!” e “In the Name of Amun” in testa alla classifica. C’è poi “The Fiends Who Come to Steal the Magick of the Deceased“, con i piatti della batteria che vibrano nel cervello.
Il tutto si chiude sulle note di “Black Seeds of Vengeance“, per il quale intervengono anche alcuni musicisti dei gruppi precedenti, come il cantante dei Vitriol. Ed ecco che mi pento di non essere arrivata in tempo per vederli, perché il suo modo di avventarsi sul microfono è talmente selvaggio da elettrizzare ancora di più il pubblico.

E via con giusto qualche gesto di saluto e un selfie col pubblico. Serata semplice, ma per intenditori.
L’unica pecca sono le ditate che qualcuno ha piazzato sulla mia lente della macchina fotografica, per cui imprecherò nei giorni a venire…

E voi, siete andati a una delle date italiane?

Setlist:
1. The Blessed Dead
2. Sacrifice Unto Sebek
3. Kafir!
4. Call to Destruction
5. Long Shadows of Dread
6. In the Name of Amun
7. The Fiends Who Come to Steal the Magic of the Deceased
8. Kheftiu Asar Butchiu
9. Vile Nilotic Rites
10. Snake Pit Mating Frenzy
11. The Howling of the Jinn
12. Sarcophagus
13. 4th Arra of Dagon
14. Black Seeds of Vengeance