Il leggendario Rick Wakeman, tastierista degli Yes e autore di innumerevoli album solisti e collaborazioni con artisti di spicco, fa tappa in Italia per due date in occasione dell’uscita del suo nuovo album solista, “Piano Portraits”. Approfittando dell’esibizione a due passi da casa, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione per assistere ad una pregevole serata sulle comode poltrone del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, per un evento diverso da quelli a cui siamo solitamente abituati. Buona lettura!

Per una serie di motivi, non per ultimo l’importanza fondamentale che gli Yes hanno avuto sullo sviluppo di gran parte della scena progressive metal odierna, ci è sembrato opportuno dedicare uno spazio ad un artista che ha saputo guadagnarsi, fin dalla fine degli anni ’60, lo status di intoccabile nella scena della musica rock e non solo. Il concerto si è rivelato essere uno spettacolo atipico in una cornice inusuale come quella di un teatro, in cui l’artista britannico si è esibito senza l’aiuto di altri musicisti. D’altri tempi anche la sensazione che si prova (almeno per quanto mi riguarda, dato che ero probabilmente il più giovane spettatore presente in sala) guardandosi intorno in platea: pochissimi telefoni, quasi nessun flash, una situazione ormai più unica che rara per un evento al chiuso in ambito rock (o metal, dato il mio target abituale).
Il palco è ridotto all’essenziale, soltanto un microfono e un pianoforte. Wakeman, amichevole e chiacchierone nelle numerose pause tra i pezzi della scaletta, ci racconta del suo passato, delle sue ispirazioni e collaborazioni, e anche un po’ dei suoi piani futuri (è attualmente impegnato in una serie di tour con il leggendario Jon Anderson e Trevor Rabin, entrambi ex membri degli Yes). I diciassette brani in scaletta ci permettono di viaggiare all’interno di una finestra temporale che copre tre decenni: si passa con naturalezza dalla sua produzione solista, con brani tratti da “The Six Wives of Henry VIII” e “The Myths and Legends of King Arthur…“, alla band madre con la riproposizione di “And You and I” e “Wonderous Stories“. Per uno spettatore che ha ascoltato soltanto i capolavori della band britannica, come il sottoscritto, risulta a volte difficile mantenere adeguatamente alta la soglia dell’attenzione, soprattutto sui pezzi più lunghi e relativi alla discografia solista. Tuttavia, l’indubbia qualità delle composizioni e dell’esecuzione limitano il problema, facendo sì che anche i pezzi meno noti all’ascoltatore casuale risultino del tutto godibili. Non mancano anche le parole di elogio per l’Italia, nazione amata dall’artista per la storia che la contraddistingue e in cui afferma di tornare molto spesso, cosa che, rivela, farà anche il prossimo anno con i su citati Anderson e Rabin. In scaletta vediamo anche brani di artisti con cui Wakeman ha collaborato, oltre all’inclusione di due cover. Si passa infatti da Cat Stevens (“Morning Has Broken“) al compianto David Bowie: la commemorazione di quest’ultimo coincide con il momento più emozionante dell’esibizione. Lasciandosi andare ai ricordi e a vari aneddoti relativi alla loro amicizia, sceglie di tributare Bowie con due due brani, “Space Oddity” e “Life on Mars?“, a cui lo stesso Wakeman ha contribuito ad inizio anni ’70.
Si va ancora più indietro nel tempo per due cover dei Beatles (“Help” ed una grande reinterpretazione di “Eleanor Rigby“), prima di chiudere la serata con due bis, “Merlin the Magician” dal già citato “The Myths and Legends…” e “After the Ball“, dall’album/colonna sonora “White Rock“.
Il concerto si chiude con fragorosi applausi da parte di un pubblico che, in realtà, non ha mai perso occasione per mostrare il proprio apprezzamento. Wakeman lascia il palco visibilmente compiaciuto e grato agli spettatori, che dalla loro parte possono affermare di aver assistito all’esibizione di una leggenda vivente in uno stato di grazia, nonostante l’età del biondo britannico sia ormai vicina alle sette decadi. Chapeau.

PHOTO CREDIT: Simone Di Luca