Raccontare l’esibizione di una leggenda – peraltro inseguita dal sottoscritto per anni senza fortuna – incute sempre un certo timore reverenziale, una buona dose di soggezione per via della quale neanche le migliori parole possibili sembrano rendere giustizia a quanto accaduto. È il caso della magnifica serata di Roger Waters e compagni all’Arena di Zagabria, nella vicina Croazia, che segue l’enorme successo delle sei date italiane e del tour Us + Them in generale, che sta raccogliendo consensi dappertutto grazie anche a un comparto visivo senza eguali o quasi. Il posto è gremito (sì e no un centinaio di posti liberi su una capienza di circa 20mila persone) e la posizione in cui ci troviamo è ideale in relazione al tipo di show offerto dall’ex bassista dei Pink Floyd: non ci resta che goderci lo spettacolo, e che spettacolo.

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L’attesa è spasmodica, con la modernissima Arena Zagreb che si riempie abbastanza velocemente fin quando, alle otto in punto, tutto inizia con un lungo e monotono video proiettato: dieci minuti dopo, la tensione si scioglie come neve al sole quando partono i battiti di “Speak To Me“, con la band che sale sul palco e attacca con “Breathe (In The Air)“. È un infarto dopo l’altro: la terremotante “One Of These Days” ci riconduce al disco dei Floyd per eccellenza con “Time” e “The Great Gig In The Sky“, uno dei punti cardine e più attesi dai fan, con la grande (e piuttosto discussa dai fan più intransigenti) prova vocale delle due coriste biondo platino Jess Wolfe e Holly Laessig. Per fortuna il pubblico sembra rendersi conto del fatto che tentare di imitare la performance irripetibile di Clare Torry, risalente a 45 anni fa, sarebbe soltanto deleterio, e quindi anche le due cantanti ricevono la loro meritatissima cascata di applausi grazie a una riproposizione carica di pathos che riesce a convogliare ugualmente tutte le emozioni del caso. La pesantissima e opprimente “Welcome To The Machine” chiude questa prima, intensissima tornata di grandi classici, con tanto di video d’annata proiettato e un senso di angoscia che pervade gli astanti. Non un attimo di pausa finora, con Waters taciturno e comunque in gran forma (considerati i suoi 75 anni!) che riesce a riportare in vita il suo enorme patrimonio artistico: ciò anche grazie alle prove maiuscole di chi si ritrova a vestire i panni molto, molto ingombranti di un tale David Gilmour, ovvero Dave Kilminster alla chitarra solista (ormai noto al grande pubblico ed estremamente fedele agli assoli originali) e Jonathan Wilson, anch’egli alla chitarra ma soprattutto chiamato a cantare tutte le parti vocali di Gilmour.

A questo punto si fa un brusco (ma neanche tanto) balzo al presente, e precisamente a un anno fa con l’ultimo lavoro solista di Waters. Da “Is This The Life We Really Want?” vengono estratte “Déjà Vu“, “The Last Refugee“, “Picture That” e, più avanti in scaletta, “Smell The Roses“. Come era lecito aspettarsi, la risposta del pubblico è stata sì di minore entità rispetto ai classici (e ci mancherebbe), ma comunque entusiastica, tanto che lo stesso Roger ha esplicitamente mostrato apprezzamento per chi cantava i nuovi pezzi nelle prime file. C’è da dire, però, che il nuovo materiale si integra perfettamente col resto e porta comunque la sua firma inconfondibile, sia dal punto di vista stilistico, con la caratteristica tensione di fondo tipica dei lavori da “Animals” in poi, sia da quello tematico: la forte critica sociale e politica, la grande empatia che lega Waters ai meno fortunati e agli oppressi sono lì come lo erano quarant’anni fa, a dimostrazione di come non ci sia affatto una separazione tra vecchio e nuovo e di quanto sia sconfinata la potenza espressiva e comunicativa dei capolavori floydiani degli anni Settanta. Il primo set si conclude con un’altra serie di pezzi da novanta, ovvero l’immancabile “Wish You Were Here” e il terzetto composto da “The Happiest Days Of Our Lives” e le parti 2 e 3 di “Another Brick In The Wall“, eredità dei tour dedicati allo storico album con il corpo di ballo composto da ragazzini locali. Per la prima volta Roger si concede con qualche calorosa parola al pubblico, per poi lasciarci con venti minuti di pausa durante i quali vengono elencati su schermo tutti coloro che rendono questa società sempre più problematica.

Il su citato “Animals” è il tema portante del nuovo set, almeno all’inizio: una mastodontica Battersea Power Station viene calata dall’alto, perpendicolare al palco, per le meravigliose “Dogs” e “Pigs“. Di nuovo, è il momento della grande battaglia ideologica contro tutti i grandi capi del nostro pianeta, specialmente Donald Trump. “Trump je svinja” (“Trump è un maiale“), fotomontaggi irriverenti per dirla con un eufemismo, più altre varie citazioni e offese esplicite, compreso il suo faccione sul maiale gonfiabile che vola sopra il parterre. Le eccezionali grafiche ci guidano anche attraverso “Money” e “Us And Them“, anch’esse portatrici di una critica feroce nei confronti della società moderna. L’accoppiata “Brain Damage” ed “Eclipse” segna la fine di uno show maiuscolo, con una serie di laser che proiettano il celeberrimo prisma: si raggiunge in questo momento il culmine emotivo di tutta una serata pregna di intensità, che lascia un senso di completezza come in poche altre occasioni. Ma non è finita qui, perché dopo un lungo discorso Roger ci propone “Mother” e  l’altro grande pezzo da cantare obbligatoriamente tutti insieme, “Comfortably Numb“, che si chiude in un tripudio di assoli, coriandoli e commozioni del caso.

Al termine di una serata simile, è difficile trovare le parole per quello che è probabilmente uno dei tre migliori concerti a cui abbia assistito finora. Forse meglio di “The Wall Live”, a cui non ho avuto la possibilità di assistire? Chi lo sa. A proposito di ciò, è difficile negare come Waters si stia forse adagiando sul suo gigantesco passato, ma è probabilmente uno dei pochissimi Artisti con la A maiuscola che se lo può permettere: senza scomodare troppo chi sui vecchi dischi ha impresso a fuoco voci e assoli ineguagliabili, l’enorme talento di cui si è circondato il cantautore britannico e il meraviglioso carrozzone che si porta dietro da anni, sotto diverse forme, rappresentano un grandissimo tributo a quella che è una band immortale, qualcosa che almeno io non mi stancherei mai di vedere.