La calata italiana degli Slipknot, per l’occasione accompagnati da una lineup di tutto rispetto composta, tra gli altri, da Amon Amarth e Testament, era senza dubbio uno degli eventi più attesi dell’estate. La giornata è stata calda, molto calda, ma bisogna fare un plauso all’organizzazione che ha gestito l’evento al meglio delle proprie possibilità, anche di fronte a temperature incandescenti. La coda per entrare infatti era scorrevole e il tanto criticato (inutilmente) bicchiere di plastica riempibile ai vari punti d’acqua gratis è stata una mossa azzeccata. L’arena Joe Strummer si è comunque rivelata un’ottima location con una collinetta che ha permesso ai più di rilassarsi e con un terreno non asfaltato (vi ricordate di Rho?). Le uniche pecche sono stati i controlli approssimativi e la mancanza di qualche nebulizzatore in più che avrebbe fatto sicuramente comodo, per il resto tra acqua gratis, molti bagni e ampia scelta di cibo, il festival si è svolto senza particolari intoppi grazie anche a una buona risposta del pubblico fin dai primi gruppi. Per motivi logistici non ho assistito all’esibizione dei Black Peaks e per gusto personale non ho assistito al concerto dei Lacuna Coil, in quanto non mi hanno mai detto nulla.

ELUVEITIE

Il sole batte a picco quando salgono sul palco gli svizzeri Eluveitie. La band negli ultimi anni è stata vittima di svariati cambi di lineup e fa abbastanza strano vederla suonare alle 14.00 sotto il sole cocente. I Nostri si presentano sul palco muniti di occhiali da sole e aprono le danze con “Ategnatos“. Nonostante i suoni abbastanza impastati, il pubblico si lascia coinvolgere per quanto possibile e la band apprezza la cosa, nonostante visibilmente provata dalle temperature. Chriegel cede subito il microfono a Fabienne per una versione italiana di “The Call Of The Mountains” che da un punto di vista lirico suona abbastanza male. L’omaggio è comunque gradito ed è piacevole constatare come la voce di Fabienne non faccia rimpiangere quella di Anna, anzi! I Nostri continuano dritti per la loro strada, fino ad arrivare alla chiusura affidata alla solita “Inis Mona” che viene cantata anche dai presenti e che lascia la band visibilmente soddisfatta nonostante il breve minutaggio.

CORROSION OF CONFORMITY

I Corrosion of Conformity, chiamati a sostituire i Trivium, sono saliti sul palco e hanno riversato sui presenti il loro sludge con maestria ed esperienza nonostante alla maggior parte del pubblico presente il loro nome non dicesse nulla. Il pubblico dimostra di apprezzare abbastanza la proposta della band americana, anche se risulta meno coinvolto rispetto al concerto degli Eluveitie. Keenan e soci, complici anche dei suoni decenti, fanno quello che vogliono sul palco. Nonostante i musicisti grondino sudore da tutte le parti (la camicia di Mike Dean è stata un esempio lampante) l’esibizione va avanti ed ecco quindi che vengono suonate “Broken Man“, “Albatross” e in chiusura “Clean My Wounds“, durante la quale Mike Dean si prende la scena e Keenan presenta la band. I Corrosion of Conformity escono comunque tra gli applausi e grazie a un’esibizione basata sull’esperienza sono riusciti a portare a casa il risultato.

TESTAMENT

Si entra nel vivo della giornata con i Testament che si ritrovano a suonare davanti a un’arena ormai gremita. I thrasher americani iniziano in quarta con “Brotherhood Of The Snake” e “The Pale King” che scatenano subito il pogo e ci presentano una band in palla, ma con suoni veramente impastati (chi scrive è la sesta volta che li vede e non li ha mai visti con suoni decenti). Le chitarre sono spesso impastate e la voce di Chuck Billy a volte scompare nel marasma generale. I Nostri non ci danno troppo peso e continuano per la loro strada con la celebre “More Than Meets The Eye” che risulta irriconoscibile almeno inizialmente. Nel complesso i Testament hanno fatto un buon concerto con pause ridotte al minimo, ma l’impressione è che non fossero totalmente in giornata. Forse erano i suoni, forse era il caldo, ma la band in più occasioni sembrava avesse il pilota automatico. L’apice del concerto comunque arriva con “Into The Pit“, dove il pubblico da il meglio di se. Il concerto viene chiuso da “Over The Wall” e “The Formation Of Damnation” che mandano i presenti a rifiatare tra stand del cibo e punti d’acqua.

1. Brotherhood Of The Snake
2. The Pale King
3. More Than Meets The Eye
4. D.N.R. (Do Not Resuscitate)
5. Eyes Of Wrath
6. Legions Of The Dead
7. Low
8. Into The Pit
9. Electric Crown
10. Over The Wall
11. The Formation Of Damnation

AMON AMARTH

È possibile proporre uno show da headliner con fumo, fiamme, comparse, scenografia imponente e chi più ne ha ne metta? Chiedetelo agli Amon Amarth.  La band svedese noncurante delle dimensioni del palco e di tutto il resto, decide di salire sul palco portandosi dietro la produzione completa e i presenti hanno sicuramente apprezzato. Il concerto si apre sulle note di “The Pursuit of Vikings” e Johan Hegg si mostra subito sorridente e a suo agio. Gli svedesi vogliono mettere le cose in chiaro fin da subito e quindi ecco partire numerose fiammate che alzano ulteriormente la temperatura e che mandano in visibilio i presenti. Dopo “The Way Of Vikings” che vede la comparsa di due guerrieri sul palco, i Nostri propongono “Crack The Sky” che fa saltare tutti a comando. Gli Amon Amarth hanno inserito un paio di chicche in scaletta, accolte abbastanza freddamente dal pubblico più casual, ma apprezzate dai fan più accaniti della band, ovvero “Asator” e “Legend Of A Banished Man“. Quest’ultima è sfociata poi in “Death in Fire” dove tutto l’infiammabile ha preso fuoco. Sul palco la band se la ride e Johan si dimostra particolarmente loquace. I Nostri più volte lanciano anche bottigliette chiuse al pubblico tra un pezzo e l’altro. La chiusura del concerto è affidata all’ormai classica “Twilight Of The Thunder God” durante la quale i Nostri fanno all-in in quanto effetti visivi e luminosi. I Nostri scendono dal palco tra gli applausi e dopo uno show del genere ci mancherebbe.

1. The Pursuit Of Vikings
2. Deceiver Of The Gods
3. First Kill
4. The Way Of Vikings
5. Asator
6. Crack The Sky
7. As Loke Falls
8. Legend Of A Banished Man
9. Death In Fire
10. Shield Wall
11. Raven’s Flight
12. Guardians Of Asgaard
13. Raise Your Horns
14. Twilight Of The Thunder God

SLIPKNOT

Si giunge quindi al piatto forte della serata, il motivo per il quale molti dei presenti hanno sfidato il caldo, gli Slipknot. L’arena è piena e nel pit si respira a fatica nella parte centrale, ma quando alle 22.00 (con mezz’ora di ritardo) parte l’intro “(515)” il pubblico si dimentica della stanchezza, del caldo e delle ustioni e accoglie i nove mascherati con un boato. La partenza non è proprio leggera, anzi! Gli Slipknot iniziano con “People=Shit“, “(sic)” e “Get This” che trasformano il pit in una bolgia. La scenografia ci trasporta in un impianto industriale:  fiammate e schermi sparsi che proiettano immagini più o meno inquietanti ben si sposano con la musica dei Nostri. La band è in palla e Corey Taylor, da bravo frontman, va a saggiare la temperatura del pubblico con la nuova “Unsainted” che fa la sua porca figura dal vivo. Gli Slipknot dal vivo sono una band veramente divertente da vedere perché sono costantemente in movimento e tutti sono sempre impegnati a fare qualcosa oltre a suonare ed è così anche a Bologna. Che si tratti di Vman che con il suo basso illuminato si spinge ad altezza fiamme o sopra le percussioni, o Jim e Mick che continuano a invertirsi, piuttosto che Sid che salta da una parte all’altra, tutti fanno qualcosa. Il concerto prosegue con “The Heretic Anthem” dove il ritornello è cantato a squarcia gola dal pubblico. A seguire abbiamo “Prosthetics” e “Vermilion” che permettono ai presenti di tirare il fiato. Il concerto riparte a tavoletta con “Custer” e “All Out Of Life” che scatenano una bolgia, soprattutto la seconda che si è già trasformata in un must per la band dell’Iowa. La chiusura del concerto è affidata a “Spit It Out” durante la quale Corey è costretto a far ripetere il classico jump the fuck up in quanto il pubblico è saltato in maniera totalmente casuale, e a “Surfacing” durante la quale si crea uno spazio enorme per un wall of death che non partirà mai. I Nostri escono tra gli applausi e salutano sulle note di “‘Til We Die“. Gli Slipknot si sono confermati delle macchine da guerra. Forse erano solamente in serata o forse gli eventi recenti hanno influito, ma la band è stata veramente rabbiosa sul palco e non si è risparmiata nulla. Un plauso anche al misterioso percussionista che si muove senza paura sul palco e ha un’ottima presenza scenica.

1. (515)
2. People=Shit
3. (sic)
4. Get This
5. Unsainted
6. Disasterpiece
7. Before I Forget
8. The Heretic Anthem
9. Psychosocial
10. The Devil In I
11. Prosthetics
12. Vermilionn
13. Custer
14. Sulfur
15. All Out Of Life
16. Duality
17. Spit It Out
18. Surfacing