Il carrozzone Thrash Metal composto da Testament, Annihilator e Death Angel è uno degli eventi di punta nella scena metal di quest’autunno 2017, con i canadesi forti del freschissimo “For The Demented” e i due colossi della Bay Area a supportare le ultime uscite risalenti all’anno scorso. La delegazione Nordest di MetalPit ha optato per la data nella capitale slovena, ormai punto di riferimento per i concerti di medio/grande calibro: dopo una piacevolissima intervista con Rob Cavestany (a breve su queste pagine!) e una cena veloce a orari improbabili, ci si dirige verso un Kino Šiška finalmente gremito fin dalle prime note, con un pubblico che comprendeva giovanissimi e chi giovanissimi lo erano a fine anni ’80. Buona lettura!

DEATH ANGEL

Agosto 2001: i Death Angel si riuniscono dopo esattamente dieci anni di inattività per un evento benefico a supporto di, guarda caso, il frontman dei Testament Chuck Billy, ai tempi affetto da un cancro alla gola. Sedici anni dopo, ritroviamo insieme sul palco lo stesso frontman, in una forma fisica invidiabile, e la storica band della Bay Area anch’essa in stato di grazia, reduce da una serie di album accolti positivamente da critica e pubblico.
La serata inizia quindi con tutti i buoni propositi della situazione, con Osegueda e soci che prendono possesso del palco con qualche minuto di ritardo, ma non è un problema: con all’incirca un’ora a disposizione, la band sciorina un set carico di energia, attitudine tipicamente ottantiana e dedizione verso il genere e verso il pubblico, che dalla sua risponde nella stessa maniera scatenandosi come poche volte capita durante l’esibizione di un gruppo di apertura. La setlist si concentra sulla produzione post-2004 più due richiami al leggendario debutto “The Ultra-Violence”, ovvero un medley della title-track e “Mistress of Pain“. Band in forma eccezionale e show tiratissimo che si conclude sulle note della veloce “The Moth“, a spianare egregiamente la strada per le due formazioni successive.

ANNIHILATOR

Degli Annihilator, creatura del buon Jeff Waters, si può dire di tutto: dai primi eccezionali album alle derive stilistiche opinabili, fino alla gestione non proprio ottimale della lineup, la band canadese è il classico esempio di qualcosa che poteva raggiungere tranquillamente risultati eccezionali nel suo genere, ma che è rimasta costantemente con una sorta di palla al piede. Una cosa che non si può negare, tuttavia, è il grado di coinvolgimento sul palco: Waters e soci divertono e si divertono, in un susseguirsi di smorfie e corse sul palco nonostante il tasso di difficoltà dei pezzi, specialmente quelli più datati. L’esibizione è anche in questo caso limitata a pochi ma pezzi scelti: il funambolico chitarrista si trova ormai a suo agio dietro il microfono, mentre i nuovi compagni di band non mancano un colpo (tra essi troviamo l’italianissimo Fabio Alessandrini dietro le pelli, al quale manca forse un po’ di scioltezza, ma è un dettaglio da poco). Nella manciata di brani riproposti troviamo i nuovi singoli “One to Kill” e “Twisted Lobotomy“, così come le più datate “King of the Kill” e “Set the World on Fire“. Tuttavia, come ampiamente prevedibile, il pubblico si scalda quando arriva l’ora del materiale prettamente Thrash, rappresentato degnamente da “W.T.Y.D.” e la doppietta finale al cardiopalma “Alison Hell” (durante la quale Waters chiede l’aiuto del pubblico sul ritornello) e “Phantasmagoria“: due perle ad alto tasso tecnico che congedano il quartetto dal caloroso pubblico sloveno, sempre partecipe in termini di cori ed energia.

TESTAMENT

Per il sottoscritto, il 2017 è stato l’anno delle spunte sulla lista delle band da vedere dal vivo almeno una volta e che per vari motivi non ero mai riuscito a vedere: agli Opeth e ai Carcass lo scorso agosto si aggiungono quindi gli inossidabili Testament, per di più in quella che è probabilmente la migliore formazione che abbiano mai avuto. Prova di ciò è l’ottimo “Brotherhood of the Snake”, album che sta resistendo alla prova del tempo con brani dalla resa live sopra le righe. La scenografia, con batteria rialzata, fa subito capire che lo show dei californiani sarà di un’altra categoria rispetto a quanto visto finora, senza ovviamente negare la qualità dei precedenti gruppi: il quintetto prende a piene mani da tutta la discografia, con la sola eccezione di “Demonic” del 1997, e lo fa sciorinando una carica e una maestria di altissimo livello. Gene Hoglan, inutile dirlo, non sbaglia un colpo che sia uno, affiancato da un certo Steve DiGiorgio in una sezione ritmica che ha del clamoroso. In grande spolvero anche Alex Skolnick, impegnato in lungo e in largo su svariati assoli in cui dimostra la sua classe, contrapposto a Eric Peterson che, dal suo canto, si dimostra più sporco ma ugualmente efficace. Il pubblico si scatena su quelli che ormai sono i nuovi classici della band, come l’ottima “More Than Meets the Eye” e la più recente “Rise Up“, passando per le nuove “The Pale King” e “Stronghold“, tra le altre; leggermente più spento, invece, su pezzi come “Low“, a dimostrazione del periodo di transizione a cui la band è andata incontro nella metà degli anni ’90. Poco male, perché tutto il resto si svolge come da copione, o quasi: tutti gli strumentisti hanno infatti a loro disposizione, chi prima e chi dopo, dei momenti dedicati in cui cimentarsi e sfoggiare le loro capacità solistiche, con il gusto blueseggiante di Skolnick o quel metronomo umano che è Hoglan. Il tutto inframezzato a una serie di classici intoccabili, da “Into the Pit” a “First Strike Is Deadly“, da “Souls of Black” (preceduta ovviamente da un lungo assolo di DiGiorgio) a “The New Order“. Il motivo dei ripetuti assoli è probabilmente legato alla voce del gigante buono Chuck Billy, in buona forma ma evidentemente in carenza d’ossigeno nella seconda metà del concerto, costretto a troncare le parole prima del dovuto per rifiatare un po’. Niente di imperdonabile comunque, una prestazione maiuscola tenendo conto dell’età non certo trascurabile. Il bis arriva quasi immediatamente, dopo un aneddoto riguardante la band e il loro primo incontro con i Pantera in un locale texano nell’89: “Practice What You Preach“, slanciata e coinvolgente, scatena il delirio nel pubblico per un’ultima volta prima del gran finale con “Over the Wall“, che ci riporta esattamente a trent’anni fa, a incorniciare un’atmosfera ottantiana e un’esibizione che dimostra il continuo afflusso di linfa vitale in un genere di per sé poco propenso al rinnovamento.