Dopo la partecipazione al Firenze Rocks 2018, torna da headliner una band che, dalla nascita nel 2001 a oggi, ha sempre incrementato il numero di fans. Stiamo parlando dei formidabili Volbeat capitanati dall’inossidabile Michael Poulsen, forti della pubblicazione della loro settima fatica “Rewind, Replay, Rebound”, da cui prende il nome il tour mondiale che stasera li ha portati come unica data italiana al Fabrique di Milano. Come special guest sono stati scelti i canadesi Danko Jones e i Baroness dalla Georgia, che avranno l’arduo compito di scaldare il pubblico, composto dai classici ascoltatori più sfegatati, i quali giungono alla venue già dal mattino presto, con il numero dei presenti che aumenterà nel corso della giornata.

Purtroppo essendo arrivato tardi a causa dell’intenso traffico, non ho potuto assistere all’esibizione degli opener Danko Jones, nati a Toronto nel 1996 con il nono disco “A Rock Supreme” fresco d’uscita. Chiedendo un parere a svariate persone il riscontro è unanime, il trio composto da John Calabrese al basso, Rich Knox alla batteria e ovviamente Danko Jones alla voce-chitarra, con otto pezzi a disposizione ha intrattenuto il pubblico alla grande, grazie al loro energico hard rock, dimostrandosi una solida rampa di lancio per la serata. Un vero peccato averli persi, spero di avere altre occasioni per rimediare!

Setlist:
I Gotta Rock
Fists Up High
First Date
Full of Regret
Burn in Hell
Had Enough
My Little RNR

Con un locale quasi pieno e passiamo la parola ai Baroness provenienti dalla Georgia. I musicisti, prendendo posizione sul palco, vengono accolti calorosamente iniziando con “Kerosene”. Con loro si cambia decisamente registro, col procedere dell’esibizione esprimono un sound progressivo dove le chitarre di John Baizley e Gina Gleason detengono una ritmica influenzata da sludge e stoner. Purtroppo devo sottolineare come la voce di Baizley rimanga sempre penalizzata in quanto più bassa rispetto al suono. Il ritmo delle canzoni passa da un estremo all’altro senza vie di mezzo, parti aggressive si alternano a parti lente e atmosferiche dove la ritmica è fluidificata dalle linee di basso da parte di Nick Jost, il quale si cimenta anche alla tastiera, mentre il tutto è accompagnato dai repentini cambi di tempo di Sebastian Thomson dietro alle pelli. Attivi dal 2003, i Nostri hanno pubblicato quest’anno il quinto lavoro della loro carriera, “Gold & Grey”, da cui traggono pezzi come “Borderlines” e “Front Toward Enemy”, dando poi spazio ai lavori precedenti. Complessivamente tra repertorio vecchio e nuovo, la linea generale è pressoché la stessa e non presentano canzoni che spiccano più di altre, risultando monotoni per la maggior parte del pubblico che rimane pacato all’ascolto soprattutto durante le lunghe parti strumentali. È un genere particolare che non si amalgama nel contesto della serata, per quanto siano bravi tecnicamente e sappiano tenere un palco, non sono molti che rispondono positivamente e gli applausi generali, arrivano solo quando il suddetto frontman spende due parole ringraziando comunque per il supporto. Nonostante l’impegno e dedizione dimostrati, il quartetto di Savannha non ha esattamente riscosso il successo sperato. Logicamente la musica è varia come i gusti delle persone, sicuramente riscuoteranno molti consensi di fronte ad un pubblico amante del progressive che sapranno pienamente soddisfare. L’esibizione si conclude con “Take My Bones Away”, lasciando il palco ai tanto attesi headliner.

Setlist:
Kerosene
March to the Sea
Borderlines
Tourniquet
Can Oscura (instrumental)
Front Toward Enemy
Throw Me an Anchor
If I Have to Wake Up (Would You Stop the Rain?)
Fugue
Shock Me
Isak
Take My Bones Away

Dopo lo show dei Baroness, il quale purtroppo non è stato del tutto convincente, la voglia dei fans di acclamare i loro idoli è cresciuta ulteriormente, durante il cambio palco la platea ormai piena comincia ad animarsi, la tensione cresce e quando le luci si spengono si solleva un boato, finalmente l’attesa è finita! Da dietro la batteria compare Jon Larsen, seguito dai fedeli compagni che prendono posizione. Dopo un rapido saluto da parte del frontman Michael Poulsen, accendono la miccia sulle note di “The Everlasting” infiammando i presenti e facendoli poi esplodere con “Pelvis on Fire”. Questa potente doppietta è estratta dal nuovo album, mentre successivamente viene dato spazio all’intera discografia. I Volbeat sono una macchina da concerto perfettamente funzionante, una vera garanzia di divertimento difatti a ogni canzone, la platea canta travolta dall’energia sprigionata da Michael Poulsen e soci. Il loro particolare sound, che miscela la potenza del metal con l’adrenalina dello psychobilly non lascia scampo, “Doc Holliday”, “Lola Montez”, “Fallen” e “Die To Live” sono tra le tante bombe a mano lanciate sui fans sempre più scatenati. Ovviamente non può mancare il tributo al leggendario Johnny Cash, Michael impugna la chitarra acustica canticchiando “Ring Of Fire”, ma ovviamente è solo l’introduzione alla celebre ed irrefrenabile “Sad Man’s Tongue”, mentre con la seguente “Black Rose”, come sul disco “Seal The Deal & Let’s Boogie”, vediamo la reale partecipazione di Danko Jones che fa capolino sul palco duettando. Non è finita qui! In seguito il frontman intonerà le minacciose note di “South Of Heaven” omaggiando gli Slayer con un pezzo strumentale intitolato “Slaytan”. È evidente come il leader tenga in pugno la folla, grazie al suo carisma e la sua calda vocalità che scaturisce la frenesia psychobilly, ma anche i suoi compagni gli danno manforte con una solida tenuta di palco, scambiandosi di posizione e affiancandosi l’un l’altro senza perdere il contatto con i fans. Dal punto di vista musicale le corde di Michael sprizzano riff micidiali, in concomitanza a quelli di Rob Caggiano. L’ex Anthrax, con i suoi assoli, difende molto bene la sua posizione. La ritmica è irrobustita dai giri di basso sferrati da Kaspar Boye Larsen, mentre dall’alto della pedana Jon Larsen fa tremare piatti e pelli pestando con vigore e precisione. La folla è sempre in fermento, cantando e spintonando con qualche episodio di crowdsurfing. Gli unici pezzi lenti che fanno riprendere fiato sono When We Were Kids” e “Last Day Under The Sun”, e, con quest’ultima i Nostri terminano la prima parte del concerto, ritirandosi nel backstage accompagnati dalla folla. I nostri non si fanno attendere troppo, tornano alla carica più agguerriti di prima con in serbo altri quattro pezzi, partendo con “The Devil’s Bleeding Crown” e terminando con l’immancabile “Still Counting”, che vede la comparsa di un misterioso bimbo sul palco, chiamato da Caggiano, munito di cuffie protettive. Il giovane rimane per un po’ a guardare la folla con sguardo meravigliato, per poi essere riaccompagnato dietro. Termina così una performance magistrale dove l’euforia ha regnato sovrana, ancora una volta gli straordinari Volbeat hanno fatto terra bruciata sul suolo italico, interminabili urla e applausi li accompagnano mentre si ritirano vittoriosi.

È stata una serata ad alto potenziale, l’energia del rock ha dilagato come un fiume in piena, complimenti agli special guest Danko Jones e Baroness, i quali hanno intrattenuto al meglio il pubblico con professionalità e determinazione, mentre i Volbeat come sempre sono gli assoluti vincitori, hanno mandato i fans in delirio ribaltando il locale. Ringraziamo Live Nation e lo staff del Fabrique per aver organizzato questo fantastico evento, sperando che ce ne possano essere molti altri. Alla prossima!

Setlist:
The Everlasting
Pelvis on Fire
Doc Holliday
Cloud 9
For Evigt
Lola Montez
Sad Man’s Tongue
Black Rose (with Danko Jones)
When We Were Kids
Slaytan / Dead but Rising
Fallen
Die To Live
Seal The Deal
Last Day Under The Sun

Encore:
The Devil’s Bleeding Crown
Leviathan
Pool Of Booze, Booze, Booza
Still Counting