La serata si preannuncia intima: vengo a sapere che lo show si terrà nella sala più piccola dell’Arena, luogo che ho potuto conoscere approfonditamente durante il Vienna Metal Meeting di quest’anno. Due le band in lista, molto simili tra loro in quanto a sonorità: Wolves In The Throne Room e Wolvennest.

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La band di supporto ai WITTR mi risulta poco conosciuta e in effetti sono al loro album di debutto. Si presentano sul palco con pacatezza, preparano accuratamente la loro attrezzatura e via: ha inizio l’ipnosi. Sto infatti assistendo ad un’esecuzione a me poco familiare e di un genere a cui non sono preparata: un mix di ambient, black metal in salsa norvegese e psichedelia allo stato puro. La complessità, tuttavia, non crea disagio. Stranamente il theremin controllato da Shazzula non disturba l’udito e anzi si sposa perfettamente con le tre chitarre ed il basso – che miracolosamente fanno il loro lavoro stretti sul minuscolo palco. Brani da 10-20 minuti, puliti e chiari. La sala ha l’acustica adatta alla band, il suono rimbalza sulla parete e rientra nei corpi del pubblico. Appena le macchine fotografiche lasciano la prima fila, alcune ragazze si gettano in una danza lenta e contorta, a piedi nudi.
È quasi un peccato che i belgi debbano lasciare la scena, il brividino lungo la schiena me lo stavano dando, soprattutto con la traccia di chiusura “Out of Darkness Deep“, a tratti tendente a rituali sciamanici.

Dopo una birrettina rinfrescante al pub adiacente alla sala – così “intima” da lasciare il segno in forma di goccioline di sudore – è il momento degli headliner. Kody Keyworth si presenta sul palco per spargere fumi d’incenso.
L’inizio è assai lento, con i protagonisti della serata che prendono posto con calma inusitata. Partono con venti minuti di ritardo, e “Thuja Magus Imperium” in apertura ha un’intro estremamente lunga. Ci si ripiglia con la voce di Nathan Weaver.
Il vero pezzo da novanta è però “Born From The Serpent’s Eye“. Noto che tutti lo stavano aspettando con ansia, tanto che il pubblico ha uno scatto, comincia a seguire il ritmo come ad un concerto black metal classico. Deglutizione generale. Trasporto. Voglia di digrignare i denti al limite della rottura.

Poi però la ripetitività fa il suo effetto. Certo, le percussioni colpite dalla tastierista colpiscono il petto degli astanti, creano una vibrazione unica, ma i lunghissimi intermezzi ed un fastidioso effetto acustico – efficace nonostante abbia con me i tappi per le orecchie adatti all’occasione – rovinano un po’ l’atmosfera.
Non sono l’unica che cerca di proteggersi dallo stridio, assolutamente non presente nell’album.

Non mi resta che pensare che, forse, la Kleine Halle non sia il luogo più adatto per l’intero concerto. Certo, il pubblico non è foltissimo, ma sufficiente a riempire la sala e strabordare verso le uscite – anche in cerca di un filo d’aria respirabile.
Sulla via per la metro raccolgo un po’ di impressioni: fan o meno, tutti sono rimasti positivamente colpiti dalla performance. E anche stasera si va a casa soddisfatti.