LA PREMESSA NECESSARIA

È stato l’anno in cui Steve Jobs e la Apple presentano al pubblico il primissimo iPhone, l’anno della Champions League del Milan, l’anno della morte di Luciano Pavarotti ed Enzo Biagi: il 2007. In pochissimi ricorderanno che quello è stato anche l’anno d’esordio dei The Agonist nella scena metal mondiale con “Once Only Imagined“. Un album probabilmente un po’ acerbo, ma che vide dividere l’opinione del metallaro medio su questo tipo di melodic death metal. Troppo melodico per gli amanti del death nudo e crudo, troppo death per gli amanti della voce femminile. Già, la voce femminile: Alissa White-Gluz, una grintosa appena 22enne ragazzina canadese dai capelli blu che alternava un cantato pulito e melodico ad un growl degno dei migliori colleghi maschi. Il paragone immediato è con Angela Gossow degli Arch Enemy: un’altra che ha fatto del cantato in growl il suo punto di forza, mantenendo contemporaneamente grinta e femminilità.

Sono passati quasi 10 anni da allora, e sono cambiate tantissime cose: Steve Jobs è morto, è uscito l’iPhone 7 e il Milan viene acquistato dai cinesi. È un’altra epoca ed anche per i The Agonist le cose sono cambiate tanto: il caso (?) ha voluto che la fascinosa Alissa White-Gluz approdasse proprio agli Arch Enemy, dopo che Angela Gossow ha appesa l’ugola al chiodo passando da voce a management della band svedese. E nonostante alcuni buoni album, in particolare “Lullabies for the Dormant Mind” (una pietra miliare del melodic death metal femminile), è proprio questo cambiamento epocale che porta blasone e notorietà ai canadesi. Ma, come dice Peter Parker, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Perché se fino ad allora i The Agonist avevano una fetta di pubblico piuttosto di nicchia, composta solo dagli amanti stretti del genere, da quel momento avevano i fari puntati addosso: riusciranno a trovare una sostituta all’altezza della celeberrima bellezza dai capelli blu? Ed essendo principalmente lei a comporre i pezzi, come cambierà il processo creativo della band?

Nel 2015 Vicky Psarakis viene annunciata come nuova cantante della band. Una scelta coraggiosa per Vicky, americana ma di origini greche; i paragoni l’accompagnano e l’accompagneranno probabilmente per tanti anni, ma la realtà dei fatti è che con lei la band sembra intraprendere un percorso musicale diverso, più fresco e innovativo, seppur mantenendosi nel melodic death metal. “Eye of Providence” ne è la prova: un ottimo album, una ventata di aria fresca per i The Agonist che porta anche i fan più accaniti a pensare che, forse, questo cambiamento di vocalist potrebbe addirittura aver giovato ai canadesi.

LA RECENSIONE DOVEROSA

E finalmente arriviamo ad oggi: dopo appena un anno dagli ottimi riscontri di “Eye of Providence“, viene pubblicato il 30 settembre 2016 “Five“, non a caso il quinto album in studio dei The Agonist. 14 brani per capire chi sono oggi e che strada hanno deciso di percorrere.

Si inizia con “The Moment” e sin dalle prime battute appare una scelta strana come opener: una canzone cadenzata, malinconica, molto (troppo?) ragionata con un ritornello non troppo ispirato. Con la seconda traccia “The Chain” torniamo alle sonorità melodeath con impronte heavy tipiche dei Nostri, interpretata e cantata ottimamente da Vicky, e con un ritornello che funziona e rimane impresso. “The Anchor and the Sail” conferma le ottime impressioni di questo avvio, la prestazione vocale di Vicky è sugli scudi e gli assoli accompagnano bene la grinta del pezzo. Il quarto pezzo è “The Game“, il ritmo è sempre alto, meno orecchiabile dei precedenti ma non manca di energia.

Si passa quindi a “The Ocean“, canzone dal ritornello catchy, che strizza l’occhio al rock più commerciale e piacione; “The Hunt” scorre senza infamia ne lode, ma va detto che i ritmi alti dei primi pezzi sembrano per il momento accatastati.

The Raven Eyes” possiamo definirla una ballata con sfumature marcate di blues, swing e jazz: ho apprezzato il voler sperimentare sconfinando in generi estranei ma, nonostante l’ottima prova vocale di Vicky, non è una traccia che colpisce e da l’impressione di essere fuori contesto e fine a se stessa. “The Wake” è un intermezzo strumentale delicato e sognante che fa da perfetto apripista alla doppia casse, al ritmo finalmente elevato ed al growl di “The Resurrection“. Sulla stessa falsariga “The Villain“, anche se più ispirata della precedente e con un ritornello facilmente canticchiabile: “I’m no villain! I am just like you. We’re in the business of self-preservation”.

The Pursuit of Emptiness” l’ho apprezzata più a livello lirico che compositivo, si tratta probabilmente del testo migliore di “Five“:

What is it that places us on top of the food chain? What is in our bodies that deems us as kings?
I never understood the errors of mankind
Yet I played the failure myself
Cause it flows in our bloodstream
The root of our being
The reason we believe we will always succeed
“Money can’t buy happiness”, they say
Oh yes, it can
Who wouldn’t want it anyway? Crippling society
Cause first you crawl, then you walk
Take one step at a time

What a twist – An unfortunate series of events coming your way
False accusations derive from mistakes
Mistakes you -oh so humanly- made
As timelines progress, values reverse
Your crime is applauded
Is it not allowed to be uneducated? Is it morally and politically incorrect?
The art of illusion mastered by all
Who can tell a truth from a lie?

The Man Who Fell To Heart” e “The Trial” scorrono senza particolari sussulti e lasciano l’incombenza dell’ultima traccia (solo nella bonus edition, N.d.R.) a “Take Me To Church“, cover di Hozier, scelta quantomeno discutibile e francamente evitabile.

LE CONCLUSIONI SUPERFLUE
Purtroppo con “Five” i The Agonist non hanno confermato la freschezza e l’originalità del precedente capitolo “Eye of Providence“. Al contrario, sembra un lavoro affrettato: c’era davvero bisogno di pubblicarlo dopo appena un anno dal precedente? Probabilmente sarebbe stato meglio attendere ancora un po’ e tirare fuori un prodotto più maturo, ma sento tanto puzza di etichetta discografica e di vincoli contrattuali (proprio nel 2016 sono passati alla Napalm). Sicuramente ci sono alcuni ottimi spunti, Vicky sembra sempre più a suo agio e sicura, destreggiandosi bene tra melodico e growl, mentre la parte strumentale e quella compositiva sono forse le più carenti, poco ispirate, poche idee. Musicalmente, la componente death metal dei lavori ai tempi di Alissa è lontana anni luce e siamo più vicini ad un lavoro hard rock. Il che non è per forza sinonimo di lavoro totalmente da buttare: il problema, a mio avviso, non è che si stiano affacciando su sonorità più easy, o che stiano diminuendo le parti in growl, quanto del fatto che non è un album capace di emozionare, probabilmente loro stessi in primis. La cosa positiva è che da ora in poi le pressioni che la band dovrà fronteggiare saranno minori, e potranno quindi concentrarsi solo sulla musica.