C’era una volta una band che apriva i concerti dei System of a Down e dei Megadeth. Una band ultrasperimentale, mal compresa dai fan che avevano pagato per cantare a squarciagola Toxicity o Peace Sells. Sembra impossibile pensare in questi termini ai THE DILLINGER ESCAPE PLAN e alla loro recente rivelazione sulla chiusura di baracca e burattini, prevista dopo la pubblicazione del sesto full-length Dissociation e relativa tournée di supporto. Ci troviamo, dunque, a fare i conti con il lavoro dichiaratamente finale del più famoso quintetto mathcore.

Già lautamente anticipato da due singoli, Dissociation si configura come un canto del cigno tutt’altro che silenzioso; è impossibile discuterne senza tenere conto della (s)comoda posizione che ricopre. I Dillinger ci hanno abituati ad opere cervellotiche e dense di elementi, a volte sull’orlo dell’indecifrabile: questo nuovo lavoro si carica di tutto ciò che i Nostri hanno plasmato nella loro carriera quasi ventennale. In effetti, questo disco non lascia dubbi su chi siano (stati) e cosa siano (stati) i The Dillinger Escape Plan, a partire dalla scelta del titolo: gli americani ci deliziano con un potpourri malsano e maniacalmente curato, seguendo la collaudata ricetta per sfornare un free jazz-core che attraversa pesanti sbroccate metallare, sinfonie electro-hipster, sezioni melodiche dalle tinte fosche. Questo mosaico musicale, rigorosamente caotico, conserva l’eccelsa qualità a cui i TDEP hanno sempre abituato l’ascoltatore; in alcuni tratti dell’album, però, sembra che le tessere non vadano a costituire un’immagine ben nitida.

Dissociation si apre senza sorprese, con gli ottimi singoli Limerent Death, potente cavalcata math, e Symptom of Terminal Illness, tetra parata d’atmosfera. Scavalcando l’elettronica pura di FUGUE, approdiamo a Low Feels Blvd e a Surrogate, cocktail alla jazz-tonic e metal-lemon, forse un pelo troppo carichi. Soprattutto nell’ultima citata, Greg Puciato esibisce le sue straordinarie doti e versatilità, balzando sui pezzi come una tigre: punta la preda, ruggisce, sbrana, fa il cucciolone. Il finale Nothing to Forget e Dissociation prende commiato scazzottandoti violentemente prima e poi chiedendoti scusa (strazio bestiale su ‘finding a way to die alone’, ultimo verso di disco e carriera).

Nelle undici tracce, alcune stupende e altre carine, i TDEP dipingono un manifesto di tutto ciò che sono (stati): forse questo penalizza un po’ il disco rispetto ai capolavori Ire Works e Miss Machine, dove tutto sembrava convergere in una direzione precisa. In conclusione, Dissociation è un degno saluto (im)perfetto e testimonia che chiudere il progetto a questo punto fa conservare dignità e capacità di fare musica valida.