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Dal 2012, anno di pubblicazione di “Neverworld’s End”, gli Xandria sono stati bersaglio di continue critiche circa il loro modo di fare musica. Il suono infatti è ricco e potente, le cantanti preparate e carismatiche, ma lo spirito pare aver preso un po’ troppe cose in prestito da altri. Proprio “Neverworld’s End” si piazzò a colmare il vuoto lasciato dal divorzio tra Nightwish e Turunen, a soddisfare il bisogno di un certo tipo di symphonic metal, ottenendo buoni apprezzamenti grazie a un marcato effetto nostalgia.

Da quel momento, però, lo stile del mastermind Marco Heubaum non è più riuscito a divincolarsi dai canoni più obsoleti del genere. Un po’ come i personaggi del noto manga di Akira Toriyama, i Nostri hanno puntato tutto sull’aumento di potenza (del suono) e farcito gli arrangiamenti fino al limite estremo. L’onda emotiva, però, s’era già infranta da tempo. Non sono bastate una copertina accattivante, pretese stratosferiche e l’angelica presenza della divina Dianne van Giersbergen a impedire che “Sacrificium” (2014) si rivelasse quell’ampolloso mattone che di fatto era. Meglio andò l’anno dopo con l’EP “Fire & Ashes“, ma non tanto per gli inediti, quanto per una cover superlativa di “I’d Do Anything For Love (But I Won’t Do That)” messa lì a dire: “Guardate! La qualità c’è tutta!”.

Grandi speranze di riscatto dunque per “Theater of Dimension“, in uscita il 27 gennaio per Napalm Records e anticipato dal lyric video di “We Are Murderers (We All)“, un singolo che ci permette di capire due cose. Primo: la formula non è cambiata nella sostanza. Secondo: Heubaum ha messo in atto una fusione tra Holopainen ed Epica neanche avesse usato gli orecchini Potara. Il livello di combattimento sale, ma le mosse sono pur sempre dei rimpasti. Basta dire che “Song For Sorrow And Woe” ha una struttura molto simile a “Deep Silent Complete“, mentre i suoni celtici di “Forsaken Love” sono pari pari quelli di Troy Donockley (ok, non è un crimine usare lo stesso strumento, ma sfido chiunque a non pensar male).

Le tracce dell’album spaziano da quelle chitarristicamente orientate più sul power, vedi “Death To The Holy” e “Call Of Destiny“, alle più heavy “We Are Murderers (We All)” – pezzo migliore del disco che riesce nell’intento di coinvolgere nella sua epicità – e “When The Walls Come Down (Heartache Was Born)“, fino alla rockeggiante “Burn Me“. Non manca una suite di 14:22 minuti, “A Theater of Dimensions“, una titletrack completamente inutile se non per un intermezzo dove la van Giersbergen mostra grandi doti recitative. A livello più generale, si segnala l’onnipresenza di cori e controcori, anche invasivi, mentre sono sempre gradevoli gli ottimi assoli di chitarra. Rispetto a “Sacrificium“, sovraprodotto a tal punto che il muro di cori e string ensemble si fissa come un fastidioso bordone nelle orecchie, “Theater of Dimensions” presenta un mixaggio decisamente migliore, così come la qualità dei suoni campionati. Il vero problema è che invece di molteplici dimensioni, ne abbiamo solo una: quella piatta.

In conclusione, anche questa volta gli Xandria prestano il fianco facilmente ad accuse di mancanza di ispirazione e poca personalità. L’album, dopo ripetuti ascolti, lascia intravedere solo un paio di potenziali hit, stancando per il resto della sua durata. E, ancora una volta, il talento di Dianne urla vendetta contro un compositore che ha voluto a tutti i costi distaccarsi da un’identità, quella orientaleggiante dei primi Xandria, che oggi come non mai avrebbe bisogno di risorgere.